La prima volta che sono nata è un libro di poche pagine, scritto da V. Cuvellier e illustrato da C. Dutertre (trad. di P. Balzarro, Sinnos, 2013) che ho più volte regalato ad amiche in procinto di diventare madri.

Io stessa me lo sono regalato qualche anno dopo esserlo diventata per la prima volta. Un libro sull’essere madri, ma anche un libro sull’essere figli.

Per questa ragione in classe non ho mai avuto il coraggio di portarlo, di leggerlo: ho sempre avuto paura che quella storia di amore materno potesse ferire qualcuno dei miei ragazzi che quell’amore non l’aveva incontrato mai o l’aveva saggiato e poi perduto. Le vite di coloro che abbiamo davanti sono così complesse, fragili e misteriose che da educatori non ci è dato sapere tutto.

Così ho sempre preferito non rischiare di ferire.

Quando poi ho letto I bambini si rompono facilmente di S. Vecchini (illustrazioni di Sualzo, Bompiani, 2023), quel mio sentire ha ricevuto una conferma autorevole. In questa sua ultima raccolta di racconti e poesie, infatti, l’autrice passa in rassegna “piccoli ritratti dal vero” di 20 bambini diversi per storie, pensieri e contesti familiari, ma con un doloroso elemento in comune tra loro: sono bambini con uno strappo.

Il patto d’amore che li legava ai genitori si è rotto e a volte questi ultimi nemmeno se ne sono resi conto.

In taluni lo strappo è evidente, fisico, come la mano bruciata nella stufa de Il bambino del bosco.

In altri nessuno lo nota, sebbene il corpo parli la sua lingua muta, come ne Il bambino lievitato, che vive le sue giornate nel ristorante di famiglia, fantasma tra i clienti.

In altri ancora qualcuno che scorge la fessura o lo squarcio c’è, spesso un insegnante, ma la sua voce è troppo debole o troppo fastidiosa per essere ascoltata, oltre che sentita, da chi quello strappo potrebbe provare a ricucirlo per tempo, come ne Il bambino mutaforma, che preferisce fingersi animale per non sentire le grida dei suoi genitori.   

Sono tutti bambini rotti che sanno però restare fedeli alla vita, che “si rialzano ma solo per non darti pensiero”, bambini vittime della “cieca distrazione degli adulti”, che spesso non si rendono conto della fragilità di chi hanno davanti.

Una fragilità innata e connaturata al loro essere, appunto, bambini.

Immediatamente mi sono tornati alla mente i protagonisti dell’ultimo romanzo di Rosella Postorino, Mi limitavo ad amare te (Feltrinelli, 2023), “i bambini di Sarajevo”, che nel 1992 con l’aiuto dell’ONU furono messi in salvo con un trasferimento in Italia.

Anche loro sono bambini rotti: strappati dalle loro famiglie, dalla loro terra seppur martoriata, dalla propria lingua.

Sono figli rotti di genitori a loro volta lacerati dal conflitto, dall’incuria, dalla povertà, dalla vita.

Perlopiù ospiti dell’orfanotrofio di Bjelave, non tutti erano orfani: alcuni di loro erano stati lasciati in struttura temporaneamente dai genitori per garantire loro tre pasti caldi al giorno, altri vennero mandati in Italia dalle famiglie stesse per salvarli da una guerra spietata1.

Il romanzo di Postorino segue in particolare le vite di tre bambini – Omar, Nada e Danilo – dal 1992 al 2011, perché per molti di loro la fine della guerra non rappresentò la fine della vita in Italia. Né ricucì lo strappo originario.

Per alcuni, infatti, la ferita era stata così profonda da non poter esser mai più rimarginata; come per Omar, la vittima più fragile, perché quella più animata da un amore ostinato verso la propria madre che non può abbandonare a Sarajevo, non può lasciare andare, non può smettere di aspettare e che può ritrovare solo quando ormai troppi anni sono passati per salvarsi davvero.

Per Nada lo strappo doloroso dalla sua di madre, reiterato anche dal rifiuto adulto di riabbracciarla, ha lasciato segni evidenti sul corpo, a ricordarle per sempre che essere generati non dà nessuna garanzia d’amore.

Per Danilo, invece, lo strappo più doloroso si propone da adulto e forse comprendere per accettare è ancora più difficile. Perché anche gli adulti si rompono facilmente o forse, semplicemente, scopriamo di esserlo sempre stati.    

La stessa Postorino a Silvia Nucini, all’interno del podcast Voce ai libri2 dedicato al romanzo, dice:

Tutti quanti abbiamo vissuto lo strappo. Tutti quanti per esistere dobbiamo separarci. Non solo perché per diventare adulti ci siamo separati ovviamente dai nostri genitori, ma proprio perché per venire al mondo ci siamo separati da nostra madre. La prima esperienza che noi abbiamo della vita è lo strappo. E quindi viviamo per tutta la vita con questa ferita e con questo anelito di ricongiungimento che è impossibile”.

La visione della vita dell’autrice non lascia speranze, non fa sconti e la leggiamo nitida anche nelle parole di Azra, la madre di Danilo, giornalista, che lascia tra i vari capitoli alcune pagine di guerra in cui lo strazio dei corpi si prende uno spazio doloroso.

In una di queste scrive:

Cinquanta cadaveri stipati nei cassonetti come rifiuti destinati a marcire. Erano cittadini di Mostar. Fino alla strage, erano persone.

Non scandalizzatevi: le persone sono tutte destinate a marcire. […]

Per chi le scrivo, queste pagine?

Per la morte di una zanzara sul muro della mia stanza, per la morte che è ovunque, mentre voi parlate della vita, e la chiamate dono.

Da giovane ho partorito due figli, mi sono macchiata di questo crimine. È stata ingenuità. Credevo negli esseri umani. Ma se la vita può putrefarsi nel buio fetido di un cassonetto, allora è nascere il peccato.

Di fronte a questa ineluttabilità, c’è però una luce di speranza: Omar, Nada e Danilo si salvano grazie alle relazioni. Relazioni che forse il caso ha generato, ma che loro hanno scelto di coltivare.

Hanno scelto di guardarsi e vedersi.

Ed è quello che anche noi adulti – genitori, educatori, persone – possiamo fare davanti ai bambini che passano davanti ai nostri occhi: guardarli per vederli, cogliere le fratture attraverso i loro silenzi o le loro parole di troppo, prima che diventino crepacci in cui sparire.

Leggere questi libri costringe quindi a interrogarsi sul nostro essere educatori.

Vecchini nella sua premessa I bambini sono maestri scrive:

Ho provato a utilizzare la scrittura breve come un’antenna capace di intercettare una frequenza che spesso non sentiamo. Il discorso sotterraneo dei bambini, il loro ammaestramento.”

Da insegnante ripenso a quante volte ho visto adolescenti pieni di crepe, bisognosi di sapere che un adulto li stesse vedendo, che avesse voglia di drizzare le antenne per cogliere i loro segnali.

C’era L., voce flebile e sguardo basso, perso nella sua bolla di pensieri autosabotanti che non gli permettevano di sentire null’altro che le sue paure.

C’era I., riso sguaiato, parole forti, pensieri pungenti, che improvvisamente si sono spenti in un’apatia senza speranza che sapeva dell’odore di alcol di suo padre.

C’era G., troppi abbandoni alle spalle che pretendevano solo nuovi abbandoni per confermare al mondo e a sé stessa quanto poco valesse.

Penso a quanti non sia stata capace di vedere.

Nella mente rivedo A., arrivata in I con poche parole d’italiano, uscita in III capace di parlare e scrivere in modo sicuro. Gli ultimi mesi di scuola aveva iniziato ad addormentarsi sul banco, a fare più assenze del solito, compiti svolti in modo meno puntuale. Mi chiedevo cosa le stesse succedendo, eppure a lei non l’ho domandato. L’ho scoperto per sbaglio, all’esame, quando ho appreso che le era nato un altro fratellino, ma che la mamma era tornata a lavorare fino a tarda sera. Spiegato il sonno, spiegata la stanchezza, eppure io quella fatica non l’ho vista.

Penso a A., anche qui lo strappo da un Paese in guerra, da un genitore lontano, da una lingua che non si vuole lasciare. Lo vedo, sento che c’è una ferita che non si riesce a sanare, ma non conosco la cura, non la trovo.

So che sempre mi sono sentita inadeguata, incompetente e che mi ha salvata sapere che non ero sola. C’erano e ci sono i miei colleghi. C’è, per fortuna, la psicologa della scuola. C’è la Dirigenza. Ci sono le famiglie. Facciamo rete e questo ci consente di avere più antenne ritte, di scuoterci quando a qualcuno di noi capita di essere l’adulto distratto.

Ultimamente parlando di figli qualcuno mi ha detto che un bambino che ci fa fare molta fatica è un bambino che sta a sua volta faticando molto, più di noi.

Vale lo stesso e forse ancor più per gli adolescenti.

Perché anche gli adolescenti si rompono facilmente.

  1. Per chi volesse approfondire, lascio il link all’Osservatorio balcani e caucaso transeuropa, su cui la stessa Postorino ha incontrato per la prima volta la notizia dei bambini di Sarajevo. ↩︎
  2. https://choramedia.com/mi-limitavo-ad-amare-te-rosella-postorino/ ↩︎

Lascia un commento

ALTRI ARTICOLI