L’adolescenza, se sei madre, si abbatte due volte.

Tu pensi di essere preparata: da pochi anni e con non poca fatica hai lasciato andare quel misto di inadeguatezza e rabbia con cui sei cresciuta, ti senti risolta. Hai studiato, hai letto, hai ascoltato podcast, sei andata a incontri di famosi psicoterapeuti dell’età evolutiva.

Vedi adolescenti tutti i giorni e dispensi consigli ai loro genitori, consigli che percepisci come saggi, solidi, competenti.

Ci credi. Ti credi.

Poi l’adolescenza irrompe in casa tua e tu ti ritrovi completamente indifesa, ti riscopri fragile, ancora una volta inadeguata, piena di verità che riconosci giuste ma non sai cosa fartene. E allora vai a tentoni, sperando di fare meno danni possibili, chiedendo conferme a chi non può dartene, cercando di essere sufficientemente adeguata, sufficientemente amata.

Sai che quella rabbia che hai di fronte è giusta, necessaria perché tuo figlio possa diventare altro da te, ma non sai come non fartene ferire.

Sai che le parole taglienti sono una legittima difesa, sono provocazioni per metterti all’angolo, per mostrarti la tua incoerenza. Per provarti che sì, ok, io non ti vado bene, ma non credere che tu mi piaccia.

Sai che gli adolescenti non devono piacere agli adulti, non è il loro compito, eppure guardando gli altri genitori ti sembra sempre che siano stati più bravi di te.

E lo sai che i confronti non si fanno, lo ripeti costantemente alla tua adolescente.

Con la teoria te la cavi benissimo. È la pratica che ti frega.

Conosci perfettamente l’importanza del conflitto, ma la verità è che vorresti andare d’amore e d’accordo con tutti, figuriamoci con tua figlia; la vita è già complicata così, perché renderla ancora più difficile? Ti ripeti che in fondo andare d’accordo con te sarebbe così semplice: basterebbe essere un po’ più ordinati, un po’ più bravi a scuola, un po’ più gentili almeno con i propri fratelli.

E allora, quando ti riascolti, capisci anche da sola che non è proprio così facile come dici. Che dietro quella sfilza di “basterebbe solo”, si nasconde un’unica verità che il “bravo genitore” non ammetterebbe mai: “Sarebbe così facile se tu fossi come voglio io.”

S. Vecchini, F. Chiacchio, Acerbo sarai tu, Milano, Topipittori, 2019.

Per fortuna la mia adolescente non molla. Si mantiene, con convinzione e forza, ostinata e contraria:

Ma dov’è finita la mia bambina?” – le ho detto un giorno, dopo l’ennesima rispostaccia – “Quella che amava imparare, dormiva abbracciata a me ed era dolcissima coi suoi fratelli?

Guarda che non è bello quello che mi stai dicendo. Mi spiace tu sia ancora lì. Quella bambina non c’è più. Ora sono diversa e sono fastidiosa. Fattene una ragione.

Madre 0 – Adolescente 1

Il narratore è Caetano Bernardi, per tutti Tano, “un ingegnere, un marito, il papà di un adolescente e di due bambine”, come lui stesso si definisce, e l’ordine non è casuale. Per gran parte del romanzo ci parla dal reparto di neuropsichiatria infantile in cui è ricoverato suo figlio Tommaso, di 16 anni, a causa dell’anoressia nervosa di cui soffre.

Ecco perché Tommy e io siamo qui.

Perché sono sempre stato uno che ha provato ad avere il controllo di tutto e ha

scoperto, al contrario di non averlo su niente.

Perché ho cercato di utilizzare le regole che mi hanno insegnato, senza tenere conto

che le stavo applicando a una vita che pensavo di capire solo perché ho contribuito a

farla arrivare nel mondo.

Perché mi hanno trasmesso l’idea che essere genitore significhi fare quel che si deve,

invece che fare quel che serve.

E se servono nove mesi perché nasca un bambino, basta un secondo perché muoia un

figlio.

Da quel reparto, in cui le storie di altri figli e altri genitori s’intrecciano a quella di Tommaso e Tano, quest’ultimo racconta le difficoltà di un presente doloroso che non comprende, alternate ai ricordi di un passato recente minato dal Covid e di uno più lontano in cui il loro rapporto era sereno, fiducioso, felice. Così lui lo aveva sempre visto.

Da bambino credevi a tutto, […] credevi a tua madre, credevi a me. Credevi in te.

Ma quando sei genitore, se sei disposto a confrontarti a cuore aperto coi tuoi figli, ben presto scopri che non importa tanto e solo cosa tu abbia fatto e perché, non contano le tue intenzioni, quanto piuttosto il percepito e da questo punto di vista lo sguardo di Tommaso sul passato è ben diverso da quello del padre:

– Non ho voglia di parlare, ho detto!

– E invece parliamo, per favore! – ribadisco – Che speri di ottenere a tenermi distante,

a farmi vivere contando ogni parola, ogni respiro, senza che io sappia davvero che ti

sta succedendo? Quanti anni ancora devo accettare di stare in silenzio a sentirmi in

colpa, mentre tu ti chiudi a riccio, mentre ti fai del male?

– E tu cosa credi di farmi? Come pensate di farmi sentire, facendomi capire che non

vi vado mai bene, eh?

– Non ci vai mai bene? Ma che dici?

– Se è da quando sono nato che cerchi di correggermi ! Che mi segui, che mi

accompagni, che cerchi di prevenire, che mi fai sentire come se non fossi mai

all’altezza di niente! Da cosa vuoi tenermi al sicuro, dalla vita?

Perché mio figlio mi parla in questo modo? Come si permette di accusarmi: io sono

qui a prendermi cura di lui. […]

– Tommy, – dico, – noi genitori siamo geneticamente programmati per proteggervi. Lo

capisci? Ti chiedo scusa se posso aver esagerato, non ho mai sospettato che tu la

stessi vivendo tanto male. Però allora aiutami, aiutaci a capire. Non lasciarci in balia

delle nostre paure. Perché? Perché ti danneggi? Per cosa lo fai? Per una volta, vorrei

sentirlo da te, non da uno psichiatra o dal suo manuale medico.

– Non lo so.

– Come, non lo sai?

NON LO SO! Credi che tutto sia logico come nei tuoi calcoli ingegneristici? […]

Credi che per tutto ci sia una spiegazione? Siete voi, gli adulti, allora dimmelo tu!

Dammi una ragione per questo buco che sento dentro.

Il lettore segue i pensieri e i ricordi di Tano e da genitore è difficile non comprenderlo e non empatizzare con lui. Attraverso la loro storia si affrontano sì i temi dell’adolescenza e della genitorialità, ma centrale è quello delle aspettative, inevitabilmente intrecciato coi primi due:

L’inganno, figlio mio, è che ci hanno convinti che voi veniate al mondo per piacerci.

Per essere ciò che speriamo, per validare con i vostri successi la nostra qualità di

genitori. crescere è invece una lotta che prevede una ferita, una spaccatura che

non si rimarginerà, la generazione necessaria di una distanza.

«Io non sono te» è ciò che ogni nuova vita grida nel cuore del mondo. Ma sono

parole che vibrano su una frequenza sconosciuta, diversa dalla nostra di adulti,

sulla quale ci si sintonizza solo dopo anni, e in certi casi mai.

La vicenda troverà un suo scioglimento – definitivo? Temporaneo? Forse troppo semplicistico nella costruzione del romanzo – solo quando il padre riuscirà ad andare oltre e a vedere suo figlio per quello che è, senza alcun tipo di attesa, di giustificazione, d’intenzione. L’Altro acquisisce così finalmente il diritto ad essere imperfetto, mediocre, non più speciale: il diritto a deludere i propri genitori, perché è semplicemente quel che è. E va bene così.

S. Vecchini, A. Vairo, In mezzo alla fiaba, Milano, Topipittori, 2015.

Forse è perché i cambiamenti mi mandano in crisi, perché nelle novità ho sempre bisogno di un periodo iniziale di studio per capire dove sono, se sono capace, come fare.

È stato così anche quando sei nata, ma non te l’ho ancora raccontato.

Io non sono diventata mamma subito, me ne sono resa conto solo a distanza di tempo; mi è servito un po’ di tempo prima di sentire che ero la tua mamma.

Sarà che ero giovane, sarà che in quelle prime settimane i cambiamenti ti stravolgono e non hai nemmeno tempo di capire, sarà che avevo messo a tacere per tutta la gravidanza le mie paure a cui non sapevo dare un nome.

Poi un giorno ti ho riconosciuta, ti ho sentita: eravamo in ospedale, finalmente sole.

Io a prendermi cura della mia bambina. Io ero la tua mamma.

E non mi facevi più paura. Insieme avremmo imparato.  

E allora mi dico che forse è così anche adesso: ho solo bisogno di tempo per riconoscerti, di nuovo, per osservarti cambiare, senza giudizi, senza aspettative.

C. Carminati, P. Valentinis, Viaggia verso. Poesie nelle tasche dei jeans, Milano, Bompiani, 2018.

Ma tu non smettere di mettermi all’angolo, di farmi vedere che sei come sei e vai bene così.

Non avere paura di ferirmi, perché saprò tenere il punto, saprò stare nel conflitto necessario, imparando un giorno alla volta a riconoscerti, a prescindere da chi sarai.

Di sicuro sbaglierò, ti deluderò.

Una cosa però te la prometto: non dovrai mai meritarti il mio amore.

E in fondo più non mi piaci e più ti amo, anche se è un conflitto che fatico a gestire, perché più non mi piaci e più diventi: te.

Perciò, sai cosa? Hai ragione tu.

Deludici ogni volta che vorrai, fallo ogni volta che ti sembrerà giusto o necessario.

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