Spero di non peccare in presunzione, ma da anni ho la convinzione che quello che io e le mie colleghe siamo riuscite a fare insieme nella nostra scuola sia qualcosa di talmente prezioso e arricchente per noi e i ragazzi, da meritare di essere raccontato perché possa diventare d’ispirazione anche per altri gruppi di docenti.
Non sto parlando tanto o solo della qualità delle proposte didattiche a cui abbiamo lavorato, sempre e comunque perfettibili; mi riferisco soprattutto al nostro modo di lavorare:
noi eravamo e siamo una squadra.

Cosa significa?
Provo a spiegarvelo con qualche esempio pratico:
– i nostri dipartimenti di settembre e giugno, anziché durare 4 ore come quelli delle altre materie, durano quasi una settimana;
– la chat di what’sapp i primi anni era un brulicare costante di idee, scambi e confronti ad ogni ora del giorno (e della notte);
– le nostre programmazioni viaggiano in parallelo, anche se poi ognuna è libera di adattarle al proprio contesto classe;
– scegliamo insieme i libri da leggere ad alta voce, dopo una full immersion nei mesi estivi e un confronto a inizio anno;
– condividiamo su un drive il materiale che ciascuna di noi produce nelle varie materie, così da poterne fruire tutte, dopo averlo ovviamente adattato;
– costruiamo insieme i fascicoli che facciamo adottare ai ragazzi al posto dell’antologia, pianificando percorsi, strategie e testi;
– negli anni abbiamo organizzato formazioni o partecipato insieme a corsi, gruppi di lettura, progetti esterni.
Noi e il WRW
C’è stata però un’avventura che ci ha coinvolte più di ogni altra: la formazione e la sperimentazione del WRW.
Come ho già avuto modo di spiegare qui, tutto è iniziato nel 2017, dopo aver trovato il riferimento al gruppo Facebook Italian Writing Teachers sul blog La scuola di zio Gustavo. Da lì è stato un tuffo in un mare completamente nuovo e farlo insieme è stato insieme paracadute e motore: il confronto costante su obiettivi, successi ed errori ci ha fatto sentire da un lato protette da brusche cadute e dall’altro ci ha caricate sempre più di entusiasmo e voglia di cambiamento.
Mi sembrava giusto allora dedicare la U di Unione a noi: Paola Buda, Sara Cotti, Chiara Franchini, Valentina Marra, Mary Mercadante ed io, Sara Paolucci.
Tre premesse prima d’iniziare
1. Non lavoriamo più tutte insieme: per necessità familiari alcune di noi hanno dovuto cambiare scuola, ma il confronto continua nel tempo anche a distanza.
2. Del gruppo iniziale, non tutte abbiamo continuato a lavorare con il WRW: una di noi, Valentina, dopo un anno di studio e sperimentazione, si è trasferita in una nuova scuola e ha deciso di tornare a una didattica tradizionale. Mi è sembrato prezioso, però, riportare anche il suo punto di vista, perché – come dico sempre – non c’è un’unica strada per essere un bravo o una brava insegnante.
3. Nel tempo la squadra si è arricchita di nuovi docenti che si sono uniti a noi per un periodo più o meno lungo. Inserirsi in corsa in un gruppo di docenti WRW non è facile e ci sarà l’occasione per ragionarci, ma qui ho preferito dare spazio alle voci che già c’erano quando il nostro percorso è iniziato.

1. PRIMA DI APPRODARE AL WRW, C’ERA QUALCOSA DELLA DIDATTICA TRADIZIONALE CHE NON VI SODDISFACEVA?
PAOLA: Io venivo da una formazione classica estremamente rigorosa in cui imperava la lezione frontale che da un lato dà delle granitiche certezze e ha elementi utili, ma ha anche delle crepe che sono emerse quando ho iniziato a insegnare, rifacendomi ai modelli che avevo ricevuto. I ragazzi restavano piuttosto passivi e soprattutto chi era bravo avanzava, mentre chi aveva delle difficoltà non progrediva più di tanto, soprattutto nella scrittura.
MARY: L’italiano invece per me era sempre stato sinonimo di antologia. Anche le tante ore di tirocinio svolte prima di diventare effettivamente docente mi avevano mostrato quella realtà. Solo che più passavano gli anni, più alcune domande, ben celate dentro di me, da parte dei miei alunni diventano ricorrenti: “Prof, ma cosa è accaduto prima? Come prosegue il racconto? Come si conclude la storia?”. E poi entrare in classe e dare inizio a quella routine di spiegazione del testo letto e correzione di quelle domande cominciava a starmi stretto.
VALENTINA: Personalmente anche io che non pratico più il WRW potrei fare a meno dell’antologia, anche se nella scuola in cui lavoro ora c’è, perché si ritiene uno strumento utile anche per i docenti annuali che hanno così a disposizione uno strumento da utilizzare. Trovo però che i ragazzi abbiano bisogno di un riferimento scritto e per loro il libro di testo è una sicurezza a cui si aggrappano. Quindi se non dovessi adottare l’antologia, creerei comunque una dispensa alternativa, come poi avete fatto voi.
CHIARA: Anche a me non soddisfaceva presentare ai ragazzi una lettura che non avesse una vera conclusione e fosse estrapolata da un romanzo di cui non si sapeva nulla. Non mi piaceva nemmeno il fatto che venisse lasciato poco spazio alle connessioni, alle impressioni personali. Per non parlare poi della monotonia delle lezioni di italiano spesso tutte impostate allo stesso modo, con un brano tratto da un romanzo e le relative domande di comprensione. Abbandonarla è stata una liberazione!
SARA C.: Anche per me l’antologia è stato l’aspetto più critico della didattica pre-WRW: mi lasciava costantemente un senso di incompiutezza. Non avevo mai la percezione di scavare in profondità nei testi, di riuscire a far empatizzare i lettori con le storie e i personaggi, perché ogni lettura risultava fugace e anche le riflessioni che ne scaturivano le sentivo labili, superficiali, non adatte a stimolare un pensiero pieno e profondo. Ho sempre cercato di supplire alla meccanicità delle domande e degli esercizi proposti dalle antologie proponendo domande più profonde e non di mera comprensione letterale, ma rimaneva la sensazione dell’inadeguatezza dei testi.
MARY: Proprio il parlare tra noi colleghe delle difficoltà incontrate ci ha portato ad aprire presto le porte, già prima del WRW, a nuovi inserti, articoli, racconti che potessero maggiormente essere a misura delle nostre classi. Sempre più, col passare degli anni, di quelle ottocento e passa pagine ne sfogliavamo ed utilizzavamo davvero pochissime; in parallelo la lettura ad alta voce di almeno un romanzo integrale prendeva invece sempre più piede.
SARA P.: Vero. Già prima del WRW siamo arrivate a leggere ad alta voce anche tre romanzi all’anno. Era come se, senza conoscerla, avessimo sentito che quella era la nostra strada.
SARA C.: Infatti quando abbiamo cominciato a non adottare più l’antologia sostituendola con romanzi integrali, ho subito percepito un cambiamento: la mia classe, seppur gradualmente, si stava trasformando in una comunità vivace di lettori che discuteva animatamente di ciò che leggeva, l’ora di lettura si trasformava in un momento di condivisione, perché in quelle storie avevamo cominciato ad immergerci davvero. E come insegnante ho visto che l’ora monotona dell’antologia era diventata l’ora viva della lettura ad alta voce, un autentico momento di scambio e di confronto. E per i ragazzi la lettura insieme è diventata un’occasione per relazionarsi di più con me e fra loro.
MARY: Tra l’altro come mamma di due preadolescenti che frequentano le scuole medie, mi ritrovo a doverli aiutare nel comprendere testi sulle loro antologie e ho la conferma che sono troppo distanti dalla loro vita, dal loro contesto. Vedo mia figlia, talvolta, staccarsi dai suoi libri, sfogliare il mio taccuino, leggere una mia annotazione, chiedermi magari spiegazioni per poi andare nella sua stanza e a distanza di giorni trovare su uno dei suoi tanti taccuini personali riprodotta la sua annotazione sul modello che aveva letto. Ancora di più mi chiedo: perché non far provare a tutti i ragazzi quest’entusiasmo ed educarli a una lettura profonda e personale?

2. QUAL È STATO L’ASPETTO DEL WRW PIÙ DIFFICILE DA ADOTTARE?
VALENTINA: Io ho sperimentato il WRW solo per un anno, ma l’aspetto più interessante che ho sperimentato è stato il processo di scrittura e quindi aver abbandonato in quei mesi il tema classico su traccia. È stato un aspetto che ho mantenuto anche l’anno successivo, ne riconosco la validità, ma per me è troppo impegnativo per il docente, per il lavoro che richiede in itinere.
PAOLA: All’inizio le difficoltà sono state certamente tante, perché non conoscevo bene il metodo, non sapevo da dove iniziare e mi faceva paura: avevo la sensazione di gettarmi senza una rete. La paura è stata poi superata, ma se guardo con il duplice occhio d’insegnante e mamma, che ha avuto figli con docenti WRW, forse l’spetto più difficile è stato organizzare il materiale da proporre ai ragazzi nel momento in cui abbiamo abbandonato l’antologia, ma ancora non avevamo creato i nostri fascicoli: mi sembrava che i ragazzi rischiassero di perdere il filo. Per fortuna poi, dopo quella prima breve fase di transizione, abbiamo creato i nostri fascicoli e questo è stato secondo me estremamente utile per noi e per loro.
CHIARA: Per me invece è stato difficile sperimentare senza avere all’inizio un riscontro certo dei reali frutti; anche la valutazione così dettagliata degli obiettivi e le consulenze sono risultate un aspetto molto innovativo ma che all’inizio mi creava perplessità. Durante le consulenze infatti tendevo più a correggere che a fare delle domande che avessero portato i ragazzi a riflessioni autonome. Un’altra difficoltà, se possiamo chiamarla così, è stata abbandonare la scrittura del classico tema e il fatto di far scrivere meno testi ma di maggiore qualità. Noi insegnanti tendiamo spesso a farci condizionare dal numero di valutazioni richieste.
VALENTINA: Io non sono riuscita a far utilizzare bene il taccuino in quel primo anno, nonostante proponga ancora alcune attività di prescrittura e alcuni lampi di scrittura, ma fatico a tollerare la spontaneità della scrittura: è vero che si va alle idee e alle emozioni, ma non riesco ad accettare la mancanza di correzione formale su questo strumento. Per me la forma va di pari passo al contenuto, ma non ho poi approfondito negli anni a seguire come il WRW cura la forma.
MARY: Nella mia pratica iniziale, invece, un aspetto che mi ha messo in crisi è stato non dar voce ai vari ragazzi nella lettura. Prima, infatti, lasciavo che fossero loro a leggere, ma era un errore, perché entravano ad avere familiarità con quel testo solo in quel preciso momento, non lo avevano mai visto e letto prima, quindi non potevano magari rendere col loro tono della voce il momento che si andava a leggere. Pian piano, in misura graduale e talvolta sentendomi anche in colpa per questo, ho cominciato a togliere spazio a loro in quella nostra lettura collettiva, sempre peraltro chiedendomi se stessi facendo bene o male, magari dandomi anche risposte contrastanti.
SARA P.: anch’io all’inizio temevo che leggere io ad alta voce fosse sbagliato, ma poi ho proprio notato come tutti ne uscissero avvantaggiati non solo nel piacere della lettura/ascolto, ma anche nella comprensione profonda del testo. Per me comunque gli aspetti più difficili sono stati due: la gestione delle procedure e dei materiali più adatti a me e ai ragazzi e le consulenze. Non sapevo bene come condurle: sarei voluta entrare in una classe delle Teachers più esperte per vedere come facevano loro, così da imitarle. Un modeling dal vivo, insomma.
SARA C: A proposito di procedure, ammetto di non averle mai applicate in modo integralista, soprattutto nella lettura individuale: non tengo traccia del numero di pagine che periodicamente leggono i miei alunni e lascio che la lettura sia per loro un’attività libera, non sottoposta a controllo da parte mia. Forse così non sono riuscita a rendere tutti i miei alunni lettori competenti, nonostante durante la lettura collettiva riservi tanto tempo al thinking aloud, al negoziare e costruire insieme significati.
Anche il taccuino lascio che sia uno strumento libero, non lo valuto in modo sistematico e costante. Questo perché, nella mia esperienza, queste procedure tolgono fluidità e tempo al laboratorio e preferisco dedicare più tempo alla lettura ad alta voce, alle discussioni condivise, alla scrittura in classe e alle consulenze individuali. Inoltre difficilmente riesco, nel corso dell’anno, a mantenere l’ora di lettura individuale.
SARA P.: Anche io nei periodi più intensi, soprattutto della Terza, faccio fatica, anche se da tempo non dedico un’ora a settimana alla lettura individuale, ma due o tre momenti di 20 minuti distribuiti nelle varie giornate. Mi sembra così di essere più costante e i ragazzi mantengono meglio silenzio e concentrazione.
MARY: Io comunque non ho avuto paura di iniziare a sperimentare, quanto piuttosto il bisogno di farlo nel momento in cui mi fossi formata abbastanza ed avessi almeno un minimo di basi su cui poter stare almeno parzialmente “comoda” in aula. Forse però ciò che mi spaventava maggiormente era la paura di non avere quella creatività e quell’apertura che, a parer mio, il metodo WRW ti richiedono: io, persona essenzialmente timida, riservata ed introversa, sarei riuscita ad “aprirmi” ai miei alunni attraverso la condivisione delle mie annotazioni?
Se dovessi rispondere ora, urlerei solo un forte Sì.
VALENTINA: Io comunque nutro ancora delle perplessità rispetto al metodo, ma il fatto che voi dopo tanti anni abbiate continuato e potenziato il lavoro, mi fa pensare che i miei siano solo pregiudizi, ma allo stesso tempo non ho abbastanza curiosità per approfondire ulteriormente. Forse proprio perché, come dicevo prima, io mi ancoro a delle certezze e in questo momento della mia vita questo metodo non rappresenta una certezza per me. A giudicarlo così mi sembra non efficace e nemmeno adatto a tutti gli alunni: ad esempio nelle mie classi non funziona la lettura individuale, nonostante io abbia proposto la biblioteca di classe. In più leggere dovrebbe essere un piacere e non a tutti piace leggere. Qualcuno ha vissuto male le attività proposte come il booktalk. Cerco sempre di non eccedere nelle attività legate alla lettura e alla scrittura, perché comprendo che non siano nelle corde di tutti.

3. SE NON FOSSIMO STATE INSIEME, VI SARESTE AVVENTURATE NELLO STUDIO E NELLA SPERIMENTAZIONE DEL WRW?
VALENTINA: Se non fossimo state insieme, io non mi sarei mai approcciata, perché le novità mi creano sempre un po’ di ansia e per carattere ho bisogno di rimanere ancorata ai miei punti fermi. Però insieme l’ho vissuto come sfida e occasione per imparare qualcosa di nuovo insieme.
CHIARA: Nemmeno io avrei sperimentato da sola. Il fatto di farlo tutte assieme, di avere tutte dei dubbi, di confrontarsi quotidianamente è stato fondamentale e mi ha fatto sentire meno fragile. Perché all’inizio la domanda che ti poni in continuazione è: “Starò facendo bene?”
SARA P.: È anche vero che all’epoca, a parte la pagina Facebook e i manuali in inglese, c’era davvero poco. Forse oggi troveremmo quella forza anche da sole, magari lavorando in parallelo a distanza con qualche collega del territorio.
MARY: Probabilmente nemmeno io da sola mi sarei lanciata in una scelta così radicale; forse avrei continuato ad integrare l’antologia con attività che avrei ritenuto maggiormente valide per i miei alunni, ma un effettivo e dichiarato cambio metodologico non lo avrei fatto in solitaria.
SARA P.: Io comunque di carattere se sento che qualcosa mi sta stretto o non fa per me, difficilmente riesco a tollerarlo a lungo, quindi forse come te, Mary, avrei integrato l’antologia con tutto il resto più vicino al mio modo di lavorare oppure – più verosimilmente – avrei fatto così tanto proselitismo entusiastico da convincere anche solo una di voi a provare insieme.
SARA C.: Io non so se avrei avuto il coraggio d’iniziare da sola, ma so che ho avuto la forza di continuare da sola dopo il trasferimento: sono l’unica nel mio dipartimento che sperimenta e che non ha adottato l’antologia.

4. NEL NOSTRO MODO DI LAVORARE, C’È SPAZIO PER L’INDIVIDUALITÀ E LO STILE PERSONALE DI CIASCUNA?
MARY: Assolutamente sì. Tutto può e deve essere modellato sulle proprie classi, sui propri alunni, sulle loro esigenze e dinamiche. Il metodo WRW è sinonimo di grande autonomia e duttilità da parte del docente che lo applica, quella parte che personalmente mi spaventava o che pensavo di non possedere. Quindi nessun timore!
SARA C.: Sono d’accordo. Per me il WRW è una cornice pedagogica all’interno della quale ogni insegnante può valorizzare le sue specifiche competenze e la sua particolare e unica sensibilità. Io personalmente amo molto il percorso di ricerca sui testi perché lo trovo stimolante e perché lo sento in accordo con la mia sensibilità linguistica e letteraria. Credo anche che non ci sia un unico modo di essere teacher: c’è chi ha più attitudine ad insegnare la scrittura e a metterne in luce aspetti e strategie e chi, magari, ha più predisposizione e competenze nel costruire una comunità di lettori, perché sa essere un ottimo insegnante mediatore.
E anche nei contenuti ogni insegnante sceglie e valorizza ciò che più ama e sente suo.
PAOLA: Anche secondo me lo spazio per l’individualità c’è: noi infatti siamo molto diverse e ognuna riesce a portare in classe il proprio proprio quid.

5. IN CHE MODO IL WRW VI HA CAMBIATE COME INSEGNANTI?
SARA C.: Mi ha reso più consapevole delle mie scelte, mi ha indotto a mettermi costantemente in gioco nell’attività continua di ricerca e personalizzazione che richiede, nello svelarmi davanti ai miei studenti, a cui leggo ciò che scrivo e con cui condivido costantemente i miei pensieri. Mi ha reso anche più sicura perché ogni cosa che propongo ai miei ragazzi è sempre frutto di un percorso scelto e meditato, difficilmente improvvisato, mai ricalcato pedissequamente su ciò che fanno altri.
SARA P.: Anche io sceglierei lo stesso aggettivo: consapevole. Non solo come insegnante, ma anche come lettrice e scrittrice. E aggiungerei anche più riflessiva: pianifico e valuto con molta più attenzione il processo, mi chiedo costantemente dove voglio portarli e attraverso quale strada.
CHIARA: Il WRW mi ha reso un’insegnante più attenta nei confronti dei bisogni e delle esigenze dei miei alunni, più capace di ascoltare e più consapevole dell’importanza d’insegnare il processo di scrittura e di far vivere la lettura come un piacere.
PAOLA: come insegnante ho imparato ad andare a fondo: non che prima non lo facessi, ma se precedentemente incontravo più difficoltà a insegnare a scrivere e ai miei alunni e mi sembrava di fornire pochi strumenti concreti, che non fossero quelli della mera correzione o il lavoro iniziale di pianificazione con la ‘ scaletta’, ora mi sento più confidente nel guidarli, in prima istanza attraverso la lettura profonda del testo e la scoperta (come lettori) delle strategie più efficaci, da applicare poi come scrittori ai loro testi. So di dover ancora imparare, ma credo di aver cambiato il mio sguardo su come far nascere un testo a partire dal punto di vista dello studente, attraverso la sperimentazione della scrittura. Ciò non avviene in maniera solo spontanea, né destrutturata, ma mediante lo studio e la pianificazione delle strutture e strategie, messe a disposizione degli studenti con un’esplorazione graduale e diretta. Nessuno nella mia carriera di studentessa mi aveva fatto andare così a fondo come lettrice né mi aveva fornito strategie effettive per migliorare il mio testo.

6. QUALCHE CONIGLIO PER CHI DA SOLO O IN COMPAGNIA SI TROVA A VOLER INTRAPRENDERE UN PERCORSO DI SPERIMENTAZIONE DEL WRW.
SARA C.: Partire da ciò che ciascuno sente più congeniale e vicino alla propria sensibilità (la lettura ad alta voce o la scrittura autobiografica per esempio), non improvvisare mai e procedere con grande gradualità, non fare ciò che non è nelle proprie corde solo perché il ‘laboratorio ‘ lo richiede, non farsi prendere dall’ansia dei “programmi” da svolgere e dei contenuti da affrontare, ragionare più sul come che sul che cosa, scegliere con oculatezza quello che davvero voglio insegnare e che ritengo imprescindibile per le mie classi, programmare sempre avendo chiaro il contesto di riferimento (mai in astratto, perché ciò che può funzionare in una classe non è detto che funzioni in un’altra), farsi sempre tante domande, avere chiari gli obiettivi e dove voglio arrivare, non avere paura di mostrare agli studenti ciò che scrivi e chi sei perché lo apprezzano tantissimo.
SARA P.: condivido ogni tua parola. Aggiungo solo due cose: formarsi tanto e sempre, non solo all’inizio del percorso, e FARE RETE: se non ci sono insegnanti nel vostro istituto che vogliono provare a introdurre alcuni aspetti del WRW nella loro didattica, così da lavorare in parallelo e confrontarsi costantemente, cercate qualcuno nel vostro territorio o on line che abbia voglia di lavorare con voi.






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