Facciamo un gioco.

Leggete le seguenti affermazioni relative al Writing & Reading Workshop e immaginate di mettere una croce su VERO (V) o FALSO (F) in base alle vostre conoscenze.

Verifichiamo ora le risposte e proviamo ad approfondirle una a una.

Mi è capitato talvolta d’imbattermi sui social in commenti espressi da detrattori del WRW che lo definivano, con tono dispregiativo, “un’americanata” e spesso approfondivano con frasi come “abbiamo già una solida tradizione didattica a cui attingere”.

Non serve imbarcarsi in chissà quali battaglie ideologiche, è sufficiente smontare queste osservazioni ed esaminarle criticamente.

Il WRW nasce effettivamente negli Stati Uniti, ma è ben lontano dall’essere una moda eccentrica dell’ultimo minuto proveniente da oltreoceano: ha alle spalle una tradizione di studi sull’educazione alla scrittura prima e alla lettura poi iniziati negli anni ’701 e poi portati avanti sia attraverso la riflessione teorica in ambito accademico2, sia attraverso la sperimentazione in ambito scolastico3.

A far conoscere all’Italia questo metodo è stata per prima Jenny Poletti Ritz, docente di Lettere alla scuola sec. di I grado, che – prima attraverso il suo blog Scuola Aumentata e poi insieme ad altri docenti che si sono innanzitutto incontrati nel gruppo Facebook Italian Writing Teachers – ha trovato una “strada italiana” alla sua applicazione.

Basta andare ad approfondire la sua cornice pedagogica e le sue finalità per comprendere che il Laboratorio di lettura e di scrittura non solo si inserisce perfettamente in quello che la normativa ministeriale ci richiede in quanto docenti, ma è in linea anche con le principali riflessioni pedagogiche dei grandi Maestri italiani come Mario Lodi, Lorenzo Milani, Gianni Rodari e Tullio De Mauro. Due i capisaldi condivisi:

– la centralità dell’alunno;

– rendere gli studenti lettori e scrittori critici e competenti, capaci quindi di essere poi cittadini attivi.

  • E. Golinelli, S. Minuto, Amano leggere, sanno scrivere, Milano, Pearson, 2019, pp. 16-28.
  • S. Pognante, A. Trevisan, “Incontrare la letteratura”. Writing and Reading Workshop e critica letteraria (qui il link).

Non si può negare: formarsi al WRW non è facile, né veloce.

Occorre la pazienza di comprenderne prima la cornice pedagogica e le finalità e poi le strategie, le routine e le procedure.

Una volta fatta propria la teoria è necessario poi darsi il tempo di sperimentare a piccoli passi ed è bene allenarsi anche alla frustrazione di non riuscire immediatamente ad essere efficaci e padroni del metodo.

Ma acquisita una certa dimestichezza e osservati i primi risultati, non si torna più indietro. Questo non significa che il gioco è fatto e si vive di rendita; un docente WRW, infatti, è un “capomastro” che non smette mai di studiare, lavorare e … imparare, rimodellando costantemente il suo sapere e la sua esperienza in base alle classi e ai singoli alunni con cui si trova a lavorare.

Essere un insegnante WRW significa:

essere lettori critici e competenti, che leggono anche tanta letteratura per l’infanzia e l’adolescenza, alla ricerca dei titoli migliori da leggere ad alta voce, da inserire nella biblioteca di classe per la lettura individuale dei suoi ragazzi e da cui estrapolare brani significativi per il laboratorio di scrittura;

scrivere con costanza sulle proprie letture, riflettendo sulle strategie di lettura più efficaci da proporre in classe a seconda degli obiettivi che ci si propone;

sperimentare e quindi scegliere le strategie più efficaci per imparare a scrivere testi efficaci, imparando a filettere in primis sul proprio processo di scrittura;

condividere in classe le proprie esperienze di lettura e scrittura, leggendo anche i propri testi e le proprie annotazioni che possono fungere da modeling per gli alunni;

condividere costantemente ad alta voce le proprie impressioni, connessioni e domande, così da stimolare quelle degli alunni e trasformare la classe in una comunità ermeneutica;

imparare a conoscere i propri alunni come lettori e scrittori, cercando per ciascuno di loro le strategie più funzionali da proporre loro attraverso consulenze individualizzate;

essere docenti riflessivi, che osservano in modo sistematico e non occasionale il loro “fare scuola” e si pongono costantemente domande di senso.

Quindi sì, il WRW è un metodo non complicato, ma certamente complesso, perché costringe il docente ad avere uno sguardo ampio e lungo insieme: occorre fissare sempre la meta a cui tendere, scegliendo quali strade far percorrere a quei precisi alunni, ognuno con il proprio passo.

Molto più facile (anche per gli alunni!) la didattica tradizionale basata sulla lettura frammentata di brani dell’antologia, accompagnata da domande di comprensione e produzione.

  • S. Pompili, A piccoli passi nel laboratorio di scrittura e lettura. Problem solving del docente riflessivo. (qui il link)

Si può certamente essere ottimi docenti anche senza applicare il metodo.

Il WRW non è l’unica strada possibile in assoluto e all’inizio anche io ho rischiato di confondere il metodo con i suoi strumenti.

Mi spiego meglio: quando abbiamo iniziato a sperimentare, io e le mie colleghe ci siamo concentrate soprattutto sulla scrittura, perché era per noi l’ambito in cui sentivamo di essere meno efficaci con una didattica tradizionale e nel quale avevamo più bisogno di studiare e metterci alla prova. Ricordo ancora un mio commento di allora di fronte alla domanda di una mia collega:

“E per il laboratorio di lettura cosa facciamo?”

“Quello che già facciamo: in pratica eravamo già docenti WRW senza saperlo!“

In effetti noi avevamo già avviato buone pratiche di educazione alla lettura: leggevamo ad alta voce 2 o più libri all’anno; a partire dalle pagine lette facevamo scrivere riflessioni personali o esercizi di scrittura simili; mettevamo a disposizione dei lettori forti libri per la lettura individuale; portavamo le nostre classi nella biblioteca comunale; organizzavamo incontri con gli autori. Non facevamo compilare schede di lettura e non obbligavamo a “un libro al mese”.

Da qui l’illusione di essere già inconsapevoli docenti WRW nell’ambito del laboratorio di lettura.

In effetti già c’erano molti aspetti affini al metodo, che nascevano dalle medesime domande di senso e dallo stesso bisogno di trovare strade significative per avvicinare i ragazzi alla lettura. Ma avvicinarli non basta: occorre educarli alla lettura, insegnare loro a leggere in modo critico e consapevole un testo. Ci mancava dunque riflettere sul come e il cosa all’interno di una cornice di senso: quali strategie e come proporle? In quale ordine? Con quali modalità? Attraverso quali testi? Il WRW ci ha permesso di sistematizzare e rendere più consapevoli le buone pratiche didattiche che già avevamo attivato.

Per la scrittura, ci ha dato invece tutti gli strumenti e i processi di cui avevamo bisogno.


Ricordo con precisione una scena pre WRW: ricevimento genitori, colloquio con mamma di alunno con difficoltà nella scrittura e non particolarmente appassionato di libri. Io le motivo i voti non positivi ricevuti negli ultimi temi scritti in classe:

“Purtroppo i suoi testi sono molto sintetici, spesso non coesi.”

La signora mi chiede: “Cosa possiamo fare per aiutarlo?”

E io non so cosa rispondere, se non un vago, non ben motivato, ma apparentemente sempre valido:

“Certamente leggere di più lo aiuterebbe.”

Ero convinta che saper scrivere fosse in qualche modo una dote innata, su cui ben poco io potevo influire. Oggi io so che si può insegnare a scrivere bene e soprattutto conosco esattamente quali sono i punti di forza e di debolezza dei miei alunni come lettori e come scrittori.

Il laboratorio di lettura e scrittura, infatti, consente ai docenti di osservare da vicino e in modo quotidiano come i suoi studenti mettono in atto le diverse strategie di lettura e scrittura, se e come partecipano al laboratorio, quali e quanti libri leggono o abbandonano, come scrivono in modo più spontaneo e meno controllato nel taccuino con una cadenza ben maggiore dei “3 temi in classe a quadrimestre”.

Oggi io so quali strategie mettere in atto per rendere ciascuno dei miei alunni uno scrittore e un lettore migliore di quel che era.

Riesco sempre poi a realizzare una didattica individualizzata?

No, purtroppo.

Ma di sicuro so che riesco a dare a ciascuno lo sguardo e i consigli di cui ha più bisogno, soprattutto grazie alle consulenze individuali. Alunni con bisogni educativi speciali compresi.

Il laboratorio, inoltre, comporta per l’alunno una certa flessibilità nei tempi di lavoro, uno spazio per la libera scelta e un costante lavoro di metacognizione, che gli consentono nel corso del tempo di essere sempre più autonomo e di conoscere i suoi punti di forza e di debolezza, così da lavorarci in modo consapevole, affiancato dal docente.

  • L. De Martin, Non uno di meno. Il Writing and Reading Workshop e l’inclusione. (qui il link)

Da quando il WRW ha ottenuto un certo riconoscimento, si vedono sempre più sui social prodotti ricollegati al metodo che suscitano un immediato “effetto WOW”.

Basti pensare al successo che hanno avuto in questi anni gli One Pager o attivatori di scrittura come il cuore o strategie di lettura come “Mano, cuore, cervello”.

Spesso però il rischio è quello di pensare che il WRW sia quell’organizzatore grafico, quell’attivatore, quella strategia. Insomma, il rischio è di confondere il metodo con gli strumenti.

In questo modo il WRW potrebbe essere scambiato con un insieme di esercizi e attività di scrittura creativa, finalizzati a rendere più accattivante e coinvolgente l’attività didattica (è quello che purtroppo hanno fatto molte case editrici, inserendo alcuni organizzatori grafici o esercizi riconducibili al WRW per mettere il bollino in copertina!).

In questo modo mancano la cornice pedagogica, le finalità, le routine, la gradualità, la progettazione. Mancano il processo e la metacognizione che c’è alla base. Insomma, manca il WRW.

  • L. De Martin, Pensare per immagini. Progettare organizzatori grafici efficaci nel WRW. (qui il link)

Quando io e le mie colleghe abbiamo iniziato a formarci al WRW, abbiamo innanzitutto letto ciò che c’era a disposizione in italiano e in inglese e poi ci annotavamo tutto ciò che emergeva dai post del gruppo Facebook Italian Writing Teachers.

Ci sembrava che seguire pedissequamente le indicazioni, fosse l’unica strada che avevamo a disposizione per “fare bene” e avevamo anche un certo timore di discostarci da quello che i docenti più formati di noi mostravano come “il metodo”.

Da lì tutta una lista lunga di cose che “dovevamo” e “potevamo” fare e altre che non erano perfettamente in linea e quindi erano da evitare.

Ora so che non è proprio così.

Per proporre il metodo in maniera consapevole, occorre certamente conoscere la cornice teorica di riferimento del WRW, studiare i fondamentali, rispettare le indicazioni generali e avere chiari gli obiettivi a cui si tende, ma nella mia esperienza ho anche capito che un elemento imprescindibile affinché il metodo sia efficace è la FLESSIBILITÀ.

Tre sono gli elementi con cui dobbiamo fare i conti e che dobbiamo considerare nella sua applicazione seria, consapevole e rigorosa:

– il nostro personale stile d’insegnamento;

– gli alunni con cui lavoriamo, ciascuno con la propria storia e il proprio personale stile di apprendimento;

– il gruppo classe nel suo insieme, con le sue dinamiche positive e negative.

Quindi sì, il Laboratorio di scrittura e lettura è un insieme di procedure, strategie e routine precise che occorre conoscere e di cui è necessario aver compreso e condiviso il fine ultimo (porre al centro l’alunno e farne uno scrittore e un lettore per la vita), ma attenti a pensare che ci sia un solo e unico modo “ortodosso” di proporlo.

  • Consiglio la lettura della pagina Facebook Linee di WRW di Sabina Minuto che propone costantemente riflessioni pedagogiche a partire dalla propria esperienza di formatrice e sperimentatrice utili per ragionare sul metodo e sul proprio operato.
  1. Ne sono considerati i fondatori D. Murray con il saggio Teaching Writing as a Process, not Product (1972) e D. Graves con il suo Children want to Write (1983). ↩︎
  2. Il metodo viene studiato e sistematizzato soprattutto alla Columbia University di New York, grazie al Teachers College Reading and Writing Project fondato e diretto da Lucy Calkins, docente di Letteratura per ragazzi. ↩︎
  3. Basti pensare all’esperienza di Nancie Atwell, divenuta celebre anche grazie alla vittoria del Global Teacher Prize nel 2015. ↩︎

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