Avete mai provato quella strana sensazione di non sapere se continuare o meno una cosa che avevate iniziato e di cui eravate orgogliosi, ma che temete possa finire in un clamoroso fallimento?
Ecco, se dovessi descrivere il mio stato d’animo quando ho dovuto decidere se riprendere in mano i campi semantici che avevamo lasciato in sospeso nel laboratorio sul linguaggio inclusivo (qui la prima parte), ho provato proprio quello stato d’animo lì.
C’erano diversi pensieri che si affastellavano nella mia mente:
– il brainstorming iniziale era andato bene, tutta la parte dedicata al corpo pure, poi avevamo sospeso per dedicarci alla poesia (un piccolo assaggio qui), tanti temi autobiografici erano stati toccati in lettura e in scrittura senza particolari problemi e nel frattempo alcuni mesi erano passati. Perché andare a riprendere qualcosa su cui i ragazzi non avevano più manifestato interesse?
– il tempo a disposizione stava correndo via sempre troppo velocemente e io, come al solito, ero indietro nella mia tabella di marcia. Avrei “perso” settimane importanti?
– se sul corpo mi sentivo competente, perché avevo fatto tanto lavoro su me stessa e avevo interiorizzato in modo chiaro i concetti da far apprendere ai ragazzi, non potevo dire altrettanto sull’identità di genere, l’etnia e le abilità/disabilità. Sarei stata capace di gestire al meglio il lavoro?
– l’identità di genere – il famigerato “gender” – che tanto spaventa il MIM e una parte delle famiglie, non mi ha mai destato particolare preoccupazione e in caso di richiesta di motivazioni, avrei saputo cosa rispondere. Ma ero sicura di voler affrontare davvero una tematica che avrebbe potuto sollevare le perplessità di alcuni genitori?
Insomma, perché complicarsi la vita quando hai già fatto buona parte del lavoro? Una vocina mi diceva però che il grosso della questione era proprio in quegli ambiti lì, quelli più vicini alle ferite di molti dei miei alunni e che se avessi voluto fare un lavoro completamente onesto, “fatto” sarebbe stato comunque meglio di “perfetto”.
Ed è così che al termine del percorso sulla poesia autobiografia, abbiamo ripreso in mano i brainstorming iniziali e abbiamo impostato la seconda fase del lavoro, in modalità diversa rispetto alla prima.
a. CONSEGNE
Ho diviso la classe in gruppi e ho assegnato a ciascuno uno dei campi semantici rimasti, individuando tra le parole da loro proposte quelle che ritenevo più significative e analizzabili da loro:

I ragazzi hanno avuto 5 ore a disposizione in classe, tutti muniti di PC, per lavorare alle parole del loro ambito.



La consegna è stata la seguente1:

Tutti i gruppi avevano a disposizione Internet, il dizionario cartaceo e le consulenze mie e di una preziosa collega di potenziamento, la prof.ssa Paola Calcagno, che ha proprio una formazione in studi di genere applicati alle arti e che è attiva nel collettivo Non una di meno di Rimini.
Il gruppo che si è dedicato all’identità sessuale e di genere ha potuto anche consultare Parla bene pensa bene. Piccolo dizionario delle identità di Beatrice Cristalli, un agile manuale per ragazzi che riporta termini fondamentali da conoscere, spiegati in modo chiaro e accessibile.

b. LAVORO DI GRUPPO
Il modo in cui i gruppi hanno lavorato in classe mi ha fatto ricredere rispetto alle mie perplessità iniziali: salvo rare eccezioni, devo riconoscere che hanno lavorato tutti con impegno, accogliendo le mie osservazioni e mostrando una certa autonomia e, in qualche caso, una significativa originalità.
Le consulenze, nate anche di fronte alle loro difficoltà, hanno permesso di sollevare questioni davvero interessanti, che però poi non sono state riportate dai ragazzi e dalle ragazze nelle loro esposizioni finali.
Ne riporto due a titolo esemplificativo:
Nell’affrontare la parola “fin*io” e la sua etimologia, le ragazze (il gruppo in questione era femminile) si sono accorte che il termine è utilizzato esclusivamente al maschile e che non esiste un corrispettivo al femminile. Mi hanno chiesto perché e io ho rigirato loro la domanda: proviamo a chiedercelo insieme.
Da questa riflessione condivisa, è venuto fuori che essere gay è più difficile nella nostra società rispetto all’essere lesbiche, perché se è accettabile che una ragazza abbia vestiti e atteggiamenti da “maschiaccio”, ben diverso è per un ragazzo; non a caso per rimproverare i maschi delle loro lacrime – presunto segno di debolezza – li si intima di non fare “le femminucce”.
Inoltre due donne in atteggiamenti intimi sono accettabili anche perché spesso sono un sogno erotico maschile e il tutto rientra in quel “doppio standard” di cui avevamo già parlato a proposito del corpo.
Il gruppo che si è invece occupato di origine, provenienza e quindi di etnie, ha trovato invece notevoli difficoltà – una volta appreso che “meticcio” e “mulatto” sono termini che hanno entrambi probabilmente la loro origine dal mondo animale – a individuare un sinonimo socialmente accettato e condiviso che non sia l’inglese “mixed”.
Nella nostra ricerca online siamo approdati alla pagina di Metissage Sangue Misto, ma anche qui la complessità della questione e dei punti di vista ha superato la loro capacità di comprensione, limitata anche dal fatto che non si trovano in una situazione tale da viverla letteralmente sulla loro pelle e quindi sentirne l’urgenza fino in fondo.
Insomma, dai dibattiti nati nell’ambito dei lavori di gruppo avevo costruito grandi aspettati che – come ho già accennato – sono rimaste in parte disattese.
c. PRESENTAZIONE
Tutti i gruppi hanno scelto in autonomia di predisporre una Presentazione su Canva. Tutte sono risultate molto curate graficamente, caratterizzate da scelte estetiche coerenti con il contenuto.
Nella presentazione sull’identità sessuale e di genere, ad esempio, le ragazze hanno deciso di utilizzare i colori di sfondo azzurro e rosa in modo opposto all’utilizzo convenzionale, associando il rosa al maschile e l’azzurro al femminile, per mostrare (e spiegare poi ai compagni) che i colori sono solo colori e che, anzi, nei primi del ‘900 il rosa era un colore maschile, perché più vicino al rosso del sangue e delle passioni forte, considerati aspetti tipici dei maschi. Non a caso molte delle prime divise calcistiche sono state rosa, così come anche la Gazzetta dello Sport.

I limiti più evidenti in quasi tutte sono stati i seguenti:
- il susseguirsi poco ragionato dei contenuti, non logicamente organizzati, sebbene a me fosse sembrato di avere dato indicazioni chiare in questo senso. È mancata in molte presentazioni una pianificazione efficace.
- L’esposizione non sempre chiara dei concetti complessi.
Avrei certamente potuto monitorare maggiormente non limitandomi a consulenze, ma controllando i loro elaborati in corso d’opera a casa. In questo modo avrei potuto supervisionare con più attenzione i refusi e le imprecisioni su forma e contenuto.
Su questi aspetti ha certamente influito moltissimo la difficoltà di orientarsi su Internet, dove le definizioni non erano sempre facilmente reperibili in modo chiaro. Anche in questo caso, col senno di poi, avrei potuto guidarli maggiormente, offrendo loro una sitografia preselezionata verso cui orientarsi o delle schede lessicali già redatte da comprendere e da cui ricavare le informazioni essenziali.
Ad esempio, se dovessi riproporre l’attività, suggerirei di consultare in primis il sito Parlare civile. Comunicare senza discriminare, un progetto nato per – cito dalla loro pagina – “fornire un aiuto pratico a giornalisti e comunicatori per trattare con linguaggio corretto temi sensibili e a rischio di discriminazione. È il primo in Italia che affronta in una cornice unica i seguenti argomenti: Disabilità, Genere e orientamento sessuale, Immigrazione, Povertà ed emarginazione, Prostituzione e tratta, Religioni, Rom e Sinti, Salute mentale”.
Purtroppo ho trovato la loro pagina quando ormai l’attività in classe stava giungendo a conclusione.

d. ESPOSIZIONE
(Quasi) tutte le aspettative che mi ero costruita nel corso del laboratorio sono crollate: salvo eccezioni all’interno dei vari gruppi, le esposizioni sono risultate fragili non solo perché alcuni di loro avevano preso sottogamba la preparazione orale, ma anche perché in gran parte degli studenti sembrava mancare la consapevolezza dell’obiettivo verso cui stavamo tendendo, del filo rosso che univa tutte quelle parole tra loro:
“Le parole possono stancarsi e ammalarsi, diceva Julio Cortázar, come si stancano e si ammalano gli uomini e i cavalli. Ci sono parole che a furia di essere ripetute, e spesso usate male, finiscono per perdere la loro vitalità. Invece di fuoriuscire dalla bocca, con la forza di un tempo, le percepiamo, poco a poco, come scomode, da usare e rifiutare all’occorrenza. La storia è fondamentale, in quanto ci permette di acquisire consapevolezza del passato per meglio comprendere il presente.“2
E, aggiungo io, ci permette di scegliere quali parole usare per parlare di chi ha storie diverse dalla maggioranza privilegiata della popolazione. Perché sono storie che quelle stesse persone – parte di una comunità – hanno scelto per parlare di sé, come ci ricorda bene l’attivista Francesco Cicconetti nella prefazione del già citato Parla bene pensa bene:
Mi dispiace quando mi sento dire che “noi” siamo “fissati con il linguaggio”. La verità è che lo siamo tutte e tutti, perché ne abbiamo bisogno per vivere. Ognuno di noi usa certe parole e ne respinge altre. La differenza è che “noi”, oltre a esserci rese e resi conto dell’importanza del linguaggio, ne parliamo di più, perché la violenza che subiamo attraverso il linguaggio è perenne e viva. […] Siamo sempre più libere e liberi di scegliere come definirci e questo sconquassa il pubblico dei normali, cui stiamo sottraendo il piacere di chiamarci in maniera offensiva, di relegarci dentro una parola.3
Eppure mi sembrava di averlo fatto comprendere chiaramente, ma probabilmente erano un obiettivo e un grado di consapevolezza troppo complessi per ragazzini di 13 anni.
Qualcosa di buono comunque ne è nato; riporto alcuni stralci di conversazioni emersi in classe dopo le esposizioni dei vari gruppi o dal confronto individuale con me, a seguito di dubbi e perplessità:
FAMIGLIA
– Ma quindi, ragazzi, avete capito perché oggi non parliamo più di “orfanotrofi”, ma di “casa dei bambini”?
– Sì, perché non sempre i bambini sono orfani.
– Io, prof, ci ho vissuto per pochi mesi prima di essere adottata. Ci sono i bambini piccoli, ma vanno anche a scuola. A volte li mandano lì perché le famiglie sono molto povere.
– Ma cosa succede quando poi diventano grandi? Devono andarsene? Non è giusto che uno senza famiglia a 18 anni debba uscire senza nessuno che si occupi di lui.
PROVENIENZA E ORIGINE
– A me, prof, mia mamma dice sempre “non fare il terrone” quando dico qualcosa in pugliese, perché i miei genitori vengono dalla Puglia, ma io non mi offendo.
– Ma, ragazzi, una cosa è se una delle parole connotate negativamente viene usata da una persona che vive una determinata condizione per rivolgersi a un membro della stessa comunità, altra cosa è se quella stessa parola viene usata da uno che quella condizione non la vive.
– Infatti, prof, quando una volta da piccolo sono andato in vacanza in Puglia con mia mamma, mentre eravamo in fila al bar in spiaggia, ho detto: “Mamma, qua sono tutti terroni!” e mi hanno guardato male.
– Ci credo, tu non sei terrone come me!
IDENTITÀ SESSUALE E DI GENERE
– Ma quindi, prof, io non ho capito una cosa: uno decide di essere gay? Perché io credevo che fosse una decisione.
– Tu hai deciso di essere attratto da una ragazza?
– In effetti no. Non lo sapevo.
PROVENIENZA E ORIGINE
– Quindi abbiamo imparato che la parola che la comunità nera ha scelto per definirsi è “nero”.
–Prof., ma se io per chiamare qualcuno dico “quel ragazzo di colore” e non lo voglio offendere, lui si offende?
– Il problema non è tanto se lui si offende o meno. Certo che l’intenzione è importante, ma ora che tu sei consapevole, non puoi più dire: “Non lo sapevo”.
– E poi, prof, tutti siamo di colore. Cambia solo il colore.
FAMIGLIA
– Quindi abbiamo capito che “sorellastra” e “fratellastro” indicano la sorella o il fratello nato da nostro padre o nostra madre con un altro compagno o compagna.
– La mia la chiamo “sorella”, non “sorellastra”.
– Va benissimo. È la tua storia, sei tu che scegli qual è il nome giusto per definire quella persona, ma di per sé il termine nasce per indicare questo vincolo di parentela. Perché secondo voi non ci piace più?
– Per Cenerentola.
– In che senso?
– Ha presente le sorellastre di Cenerentola? Erano tremende!
Allora è la stessa cosa con matrigna!
Nonostante questi piccoli semi lanciati, sentivo l’amaro in bocca. Volevo portare comunque a casa il risultato o almeno UN risultato.
Ho lasciato passare un giorno e prima di ragionare con loro sull’autovalutazione e la valutazione, ho provato a fare un ultimo tentativo: ho ribadito nuovamente qual era lo scopo dell’attività e l’ho fatto questa volta partendo dal concetto di PRIVILEGIO, inteso non come colpa di cui vergognarci, ma come fortuna di cui essere consapevoli e a partire dalla quale dobbiamo provare a metterci nei panni di tutti coloro che quel privilegio, nella nostra società, ancora non ce l‘hanno.
Se per loro già è così difficile vivere in una realtà piena di stereotipi, spesso razzista e omofoba, chi siamo noi per decidere anche quali sono le parole giuste per raccontarsi? Per definirsi?
e. AUTOVALUTAZIONE DEI RAGAZZI
Al termine del percorso ho chiesto loro di fare il punto su quanto fatto.
La traccia da seguire per scrivere sul taccuino le loro riflessioni è ripresa da un altro lavoro di gruppo, seppur su tutt’altro tema, riportato dalla prof.ssa Loretta De Martin in un suo post sul suo profilo personale di Facebook.
Io ho solo apportato alcune modiche per adeguarlo al mio contesto classe:

Lascio qui alcune delle loro riflessioni:



CONSIDERAZIONI FINALI
Due ultime riflessioni in calce.
1. Alla luce delle debolezze emerse, lo rifarei?
Sì, ma lavorando IO con molto più impegno nella parte preparatoria: come già detto, predisporrei schede lessicali non troppo semplificate ai ragazzi con eventuali domande guida, per accompagnarli meglio, non solo attraverso consulenze. Controllerei poi le presentazioni in itinere e comunicherei loro le mie eventuali perplessità/domande, cosicché abbiano un feedback costruttivo e più preciso in corso d’opera e non solo alla fine.
2. Tra le loro autovalutazioni, una mi ha particolarmente turbata, tanto da dovermi confrontare con alcuni miei colleghi.
All’interno c’erano riflessioni fortemente stereotipate, come se fossero state scritte da una persona che non aveva svolto alcun tipo di percorso, non adeguatamente argomentate e cariche di benaltrismo: dove andremo a finire se ci preoccupiamo troppo di persone eccessivamente sensibili che si offendono se le chiamiamo con nomi scientificamente giustificati, mentre il mondo sta andando a rotoli? L’annotazione era di un mio alunno che stimo molto, capace, maturo, molto educato e anche molto privilegiato.
Cosa farne delle sue parole?
Fare finta di nulla, in fondo sono le sue idee?
Mi sarebbe sembrato di aver chiuso gli occhi di fronte a una posizione per me problematica e al contempo debole dal puro punto di vista argomentativo.
Parlarne davanti alla classe e usare il suo testo per decostruirlo insieme? Non era mia intenzione umiliarlo o farlo sentire anche involontariamente sotto accusa.
Alla fine ho deciso di digitalizzare la sua lunga annotazione e a lato, per ogni affermazione facilmente smontabile, scrivergli il mio pensiero. Poi in un’ora in cui avevo impostato delle attività di grammatica per piccoli gruppi e avevo la possibilità di avere con me la docente di potenziamento, gli ho chiesto di lavorare con me fuori dall’aula, in modo da poterci confrontare meglio.
Sono partita dal positivo: ho apprezzato che avesse avuto il coraggio di esprimere un pensiero così critico rispetto a un’attività proposta dalla docente. Segno di coraggio e di spirito critico, qualità che a quell’età non sono di certo scontate.
Poi però siamo passati ad analizzare insieme le criticità del suo testo. Ne è nato un confronto ricco e costruttivo per entrambi, in cui sono emersi temi che nell’ambito di un confronto di classe difficilmente sarebbero emersi.
Perché lo racconto? Non certo perché io abbia fatto qualcosa di speciale. Ma solo per ricordarmi che occorre dare fiducia ai ragazzi e se si crede nella bontà della propria idea e nell’utilità della stessa, è bene avere il coraggio di andare fino in fondo, perché – ho bisogno di ripetermelo – “fatto è meglio di perfetto”.
- Nell’immagine seguente, in cui sono elencate le parole esaminate, ho lasciato la trascrizione integrale di termine che, per la loro valenza offensiva, vengono generalmente censurati (si pensi alla N-word, alla M-word e alla Z-word). L’ho fatto per non anticipare loro la connotazione negativa, che volevo emergesse dalle loro ricerche e a quel punto – laddove loro non sono stati in grado di dirlo – ho spiegato a tutti come eventualmente citarle. ↩︎
- https://www.metissagesanguemisto.com/the-m-word-mulatto-meticcio-mixed-mocha-metis-e-giu-di-li/ ↩︎
- B. Cristalli, Parla bene pensa bene. Piccolo dizionario delle identità, Milano, Bompiani, 2022, pp. 9-10. ↩︎





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