Quei 17 giorni a cui accennavo qui sono passati, così domenica è stato il mio compleanno.
40 anni pieni, intensi.
Ne avevo 20 l’altro giorno e in un batter di ciglia mi ritrovo a fare bilanci di metà vita.
Lo dico subito a scanso di equivoci: sono felice. E sono privilegiata.
Le due cose vanno quasi certamente insieme, anche se m’illudo di aver raggiunto una stabilità tale che mi permetta di essere integra a prescindere dagli eventi esterni.
I miei privilegi sono tanti e riconoscerli mi permette di rimanere comunque grata anche nelle giornate in cui tutto sembra andare storto o tutto è molto faticoso, ma soprattutto mi ricorda quanto sia importante far circolare ciò che si ha ottenuto.
Anche in questo caso le liste mi aiutano a tenere il punto, a riordinare i ricordi e a illuminarli di luce nuova.
Mi sono dunque divertita a ripercorrere i libri che mi hanno fatta diventare grande e mi hanno trasformata nella persona che sono oggi, oggi che sono arrivata nel mezzo del cammin di nostra vita.
1. Da Cipì alla Bibbia il salto è breve
Di come Cipì mi abbia trasformato in una lettrice ho già raccontato qui, ma c’è un aneddoto di quegli anni che rivisto oggi racconta moltissimo di me e di quella che sarei diventata.
In III o IV elementare – per il mio compleanno o Natale, non ricordo – chiesi in regalo ai miei genitori la Bibbia.
La mia adolescente commenterebbe subito: “Te lo dico sempre, mamma, che tu non sei normale!” e forse qualche ragione questa volta l’avrebbe.
La mia non è mai stata una famiglia particolarmente religiosa, ma io frequentavo assiduamente la parrocchia e il catechismo, inoltre erano anni in cui le preghiere si sprecavano nella mia cameretta al solo scopo di avere una sorella che potesse giocare a Barbie con me. A casa, poi, tra i pochi libri dell’infanzia dei miei genitori avevo trovato numerose agiografie per ragazzi e quelle vicende mi avevano incuriosita notevolmente.
Da qui era certamente scaturita la mia curiosità per tutto ciò che era sacro, ma ricordo con esattezza che la richiesta era in realtà nata dal pretenzioso progetto di conoscere tutto dall’inizio.
Mia madre, come sempre, aveva esaudito la mia richiesta, era andata a Librincontro, l’unica libreria della mia città, e aveva acquistato una bellissima edizione della Bibbia con illustrazioni di Gustave Doré, con una copertina rosso fuoco.
Ora, non ho alcun ricordo di dove io sia arrivata in quell’ardito progetto, ma c’era già nella me bambina quella stessa curiosità del tutto e quel bisogno di procedere con ordine che dalle superiori mi ha spinto a farmi regalare prima e a comprarmi poi ogni libro di cui si parlava a lezione per leggerlo in autonomia, nell’illusione di riempire la mia mente di tutto lo scibile.

2. La Commedia di Dante che riporta alla vita
Tra i tanti privilegi che ho c’è quello di fare il lavoro che ho sempre sognato: all’asilo volevo fare la maestra dell’asilo, alle elementari quella delle elementari, alle medie la prof. delle medie.
Poi c’è stato il liceo e un fragoroso stop: l’italiano non era più la mia materia preferita. L’insegnante dell’epoca, seppur preparato e competente, non sapeva scaldare cuore e pensieri. Leggevo ancora ma solo per obbligo e non ricordo nemmeno uno dei titoli assegnati. Era finita l’epoca delle letture in solitaria per passione, quelle che mi tenevano sveglia fino a notte fonda. L’ultimo libro era stato IT nell’estate tra la III media e la I liceo, il mio rito di passaggio (ne avevo raccontato qui).
In III liceo la svolta: iniziamo lo studio della letteratura e incontro Dante. La Commedia mi apre il mondo della meraviglia, della scoperta continua. Ricordo le giornate trascorse a comprendere ogni aspetto del testo attraverso ogni singola nota di Chiavacci-Leonardi, lo stupore davanti a immagini e parole ardite, nuove, gli approfondimenti personali.
Mi ero rinnamorata e ora ero certa di voler essere ancora insegnante.

3. Le ultime lettere di Jacopo Ortis e la passione adolescenziale
Jacopo Ortis di Foscolo è stato in assoluto il libro che ha segnato la mia adolescenza. Ne ho un’edizione consumata, sottolineata, appuntata in ogni pagina. Lo lessi la prima volta nell’estate tra la III e IV liceo; la nostra prof. aveva l’abitudine di assegnarci per i mesi estivi le letture che avremmo poi affrontato in letteratura l’anno successivo.
Fu un immediato colpo di fulmine: la passione assoluta di Ortis era la mia passione, il suo sentire era il mio sentire, i suoi dubbi i miei dubbi. Lui aveva trovato le parole che io non sapevo dire, ma che pulsavano dentro e che rileggevo e trascrivevo costantemente, tanto da averle imparate a memoria:
Io non so perché venni al mondo, né come, né cosa sia il mondo, né cosa io stesso mi sia. E s’io corro ad investigarlo, mi ritorno confuso d’una ignoranza sempre più spaventosa. Non so cosa sia il mio corpo, i miei sensi, l’anima mia; e questa stessa parte di me che pensa ciò ch’io scrivo, e che medita sopra tutto e sopra se stessa, non può conoscersi mai. Invano io tento di misurare con la mente questi immensi spazi dell’universo che mi circondano. Mi trovo come attaccato a un piccolo angolo di uno spazio incomprensibile, senza sapere perché sono collocato piuttosto qui che altrove; o perché questo breve tempo della mia esistenza sia assegnato piuttosto a questo momento dell’eternità che a tutti quelli che precedevano, e che seguiranno. Io non vedo da tutte le parti altro che infinità le quali mi assorbono come un atomo.
E poi l’amore. Avrei solo voluto essere amata in modo totalizzante come lui amava Teresa. Ho impiegato anni a capire che l’amore è anche e soprattutto altro, è meno eroico, sa essere anche grigio, ma per me allora o così o niente. Quel tratto esigente, assoluto dell’adolescenza è sempre lì che cova e a volte mi fa ancora lo sgambetto quando il reale si scontra con l’ideale, quando certi giorni mi dimentico che conta più il progetto in cui si crede insieme dell’essere sempre all’unisono.

4. Ammaniti mi ha presa e mi ha portata via
All’università per un po’ ho smesso di leggere per piacere. Sempre e solo letture che potessero approfondire i miei saperi, legate agli esami per i quali stavo studiando, che mi permettessero di approfondire sempre più. La bambina della Bibbia aveva ripreso il sopravvento e stava avendo la meglio per determinazione e organizzazione.
Abitavo a Bologna e arrivavo a sera stremata, ma comunque c’era lo studio.
Tutto è cambiato quando per alcuni mesi è venuta a vivere da noi, nella mia stanza, una ragazza di cui non ricordo nome, provenienza, facoltà, viso, nulla. Ricordo solo che aveva i capelli cortissimi e che era una lettrice straordinaria: dopo cena si metteva in camera e leggeva per puro piacere autori contemporanei di cui avevo solo vagamente sentito il nome.
In quel periodo in particolare lei stava leggendo Ti prendo e ti porto via di Ammaniti e ne parlava con un tale trasporto da farmi sentire piccolissima. Stavo riempiendo la mente di cosa, se tutto era fatica e sforzo che mi dava poco piacere? Per chi lo stavo realmente facendo?
Lessi dunque Ammaniti e non ne potei più fare a meno.
Da lì qualcosa nella me lettrice è cambiato: mai più avrei permesso al dovere di sopraffare completamente il piacere. E allora ho recuperato tutti quei titoli e quei nomi che avrei voluto leggere da sempre, ma che “ci sarà tempo”. Ho letto tutto d’un fiato Màrquez, Dostoevskij, Allende, Mann, ma anche Baricco, Pennac, Bradbury, Gadda, Levi. Non c’era più un ordine, non una gerarchia, solo il gusto di leggere.
Se per i libri ci sono riuscita ed è diventato un principio inderogabile quello di lasciare sempre uno spazio al puro piacere, nella vita ho ancora molto da imparare.
5. Ero cattivo e la lettura ad alta voce
Quando ho iniziato a lavorare nella scuola sec. di I grado, dopo 6 anni nel Triennio di un liceo, ho dovuto imparare un nuovo modo di fare scuola.
All’epoca ancora non conoscevo il WRW ma sapevo che volevo leggere insieme a loro. Lo sapevo perché, banalmente, la ricordavo come una delle esperienze significative già quando io ero una studentessa delle medie e perché finalmente avevo tempi più distesi per lavorare in classe. Ma sapere non significa saper fare.
Quel primo anno l’unico libro per ragazzi che avevo nella mia libreria era Una barca nel bosco della Mastrocola e quello lessi, ma fu una faticaccia: troppo lungo per la lettura ad alta voce, non ero costante, leggevo e basta senza una chiara organizzazione. Finì l’anno e il libro non era stato terminato.
Durante l’estate mi organizzai: andai per la prima volta in quella che sarebbe diventata la mia libreria di riferimento, mi consultai con Rossella, lessi nuovi titoli e poi a settembre insieme alle mie colleghe decidemmo di far acquistare ai ragazzi e di leggere ad alta voce il romanzo Ero cattivo di Antonio Ferrara.
Fu un vero e nuovo inizio da cui non siamo mai più tornate indietro e che abbiamo consolidato come pratica quando tutte insieme ci siamo prima avvicinate e poi formate al WRW che ha nella lettura ad alta voce uno dei suoi capisaldi.
La mia libreria da lì si è riempita di migliaia di titoli per ragazzi, ho conosciuto autori nuovi che mai avevo sentito nominare e ho imparato che leggere è bello, ma leggere insieme e soprattutto parlare di ciò che si legge lo è ancora di più.

6. Sono scesa in un pozzo profondo insieme a Virgil Salinas
L’ultimo libro di questa breve lista, non esaustiva, è un titolo che rappresenta un momento fondamentale della mia vita.
Appartiene al lungo elenco di titoli per ragazzi che passano direttamente dalle mie mani alle biblioteche di classe dei miei ragazzi. Si tratta di Lettere dall’universo di Erin Entrada Kelly. Acquistato da tempo, lo avevo tenuto a lungo sul comodino. L’ho poi iniziato in pieno lockdown e terminato nel letto di un ospedale dove ho partorito la mia terza bimba.
Eravamo sole io e lei in quelle lunghe giornate dove nemmeno il papà poteva venirci a trovare. Non lo saremmo state mai più così sole così a lungo, ma non lo sapevo.
A farmi compagnia la storia di Virgil Salinas, un ragazzino timido e insicuro che i suoi genitori chiamano Tartaruga perché è sempre nascosto nel suo guscio. Al suo fianco solo Gulliver, il suo fedele compagno d’avventura, il suo porcellino d’India, per salvare il quale Virgil affronta tutte le sue paure e decide di scendere in un pozzo profondo in mezzo al bosco, dove rimarrà rinchiuso dal bullo del paese, senza la speranza che qualcuno lo possa trovare.
Io non credo al caso, ma nel destino. Mio marito mi dice sempre che è perché ho paura ed è vero: sono terrorizzata dalla sola idea che la mia vita e quella delle persone che amo siano in balia di forze del tutto casuali che non posso in alcun modo controllare e determinare; che la loro bellezza sia fortuita.
Preferisco pensare che le cose accadano per un motivo: quando ho saputo che nella nostra vita sarebbe arrivata una nuova bimba, non ho timore di ammettere che ero sopraffatta dalla paura, la paura di qualcosa che non avevo pianificato. Poi però mi sono tornate alla mente le parole di mia madre che mi ha avuta a soli 17 anni e che quest’anno ha festeggiato 40 anni di matrimonio con mio padre.
Una sera di qualche anno fa, quando ormai ero grande e già mamma della mia allora piccola adolescente, mentre scendevamo le scale di un ristorante e non ricordo di cosa stessimo parlando, mi disse una frase che mai ho dimenticato: “Noi non ti abbiamo cercata, ma ti abbiamo scelta.” Io non avevo mai avuto alcun dubbio sul loro amore nei miei confronti, mai ho sentito una sola parola di pentimento per essere diventati genitori quando ancora erano bambini, eppure quella frase mi ha cambiato la vita.
Ora toccava a me, a noi, decidere e anche noi abbiamo deciso di volere la nostra bambina, nonostante la paura. Una paura che non è sparita con la scelta, nemmeno dopo il suo arrivo, perché le cose nuove continuano ancora oggi a spaventarmi, eppure lì, tra le pagine di quel libro con la mia piccolina in braccio, ho avuto la certezza che a volte, per salvare chi ami, è necessario scendere in un pozzo buio e profondo, per scoprire che alla fine si sta salvando proprio sé stessi.
L’abbiamo chiamata Diletta, amata per scelta.
Perché nulla succede per caso.






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