17 giorni ai 40 anni.
12 mesi dall’ultimo appuntamento dal parrucchiere
9 kg in più dall’ultima gravidanza
1 taglia di seno in meno
1 ruga sempre più vistosa nel punto esatto in cui corruccio la fronte anche quando sono sola
6 mesi dall’ultima corsa
7 ore di sono a notte con almeno 5 risvegli
Ho sempre avuto un rapporto conflittuale coi numeri: non sono la mia comfort zone, li maneggio con fatica, facilmente sbaglio, da qui il disagio quando sono costretta a farci, appunto, i conti.
Eppure rappresentano da sempre una sfida per me.
A volte hanno avuto il volto del traguardo: l’espressione da risolvere, l’8 in matematica da raggiungere.
Altre volte quello del vincolo autoimposto: la media del 30 da non rovinare, un certo peso da non superare.
Ultimamente la gestione della mia vita è talmente densa tra casa e scuola, che non posso più star dietro ai numeri, per fortuna. Li ho tutti in mente, ma io posso ben poco per gestirli con efficacia. Anzi, ora che li posso guardare con un certo distacco perché sono in loro balia, mi accorgo che i numeri nella mia vita sono stati sempre l’ennesima asticella rialzata per dimostrare a me stessa e agli altri che ero “brava”, che ce la potevo fare e che era dimostrabile, misurabile. Ma chi aveva deciso che quei parametri fossero il metro giusto per misurare il mio presunto valore? Forse io, forse la società nella quale siamo immersi che cerca di rendere tutto misurabile, perché tutto sia controllabile, corpo compreso.

E proprio al corpo sono dedicate alcune mie letture degli ultimi mesi; al centro c’è il corpo che cambia, invecchia, dimagrisce, ingrassa.
Il corpo che valorizziamo, puniamo, infagottiamo, scopriamo.
Un corpo che pensiamo essere nostro e che invece si dimostra spesso in balia dello sguardo altrui, perlopiù maschile, per lusingare il quale siamo disposti a spendere gran parte del nostro tempo, dei nostri soldi e delle nostre energie, in un’inarrestabile corsa verso il mutevole mito della bellezza.

È questo l’assunto di base del saggio di Maura Gancitano, Specchio delle mie brame. La prigione della bellezza (Einaudi, 2022), nel quale la filosofa prova a ripercorrere le ragioni storico-economiche che tra la I e la II Rivoluzione industriale hanno obbligato le donne alla bellezza:
In questo periodo la classe media iniziò a rappresentare i propri valori anche attraverso il gusto estetico, i costumi morali, i canoni architettonici, l’abbigliamento, il galateo, l’arredamento, inventando un codice rigido in base al quale giudicare il bello e il brutto, mettendo in relazione la bellezza con la praticità e l’utilità e diffondendo un unico modello possibile. […] Fu l’avvio di una pressione sociale inedita fino a quel momento, perché essere belle stava diventando un dovere, specialmente per le donne borghesi. e bisognava fare di tutto per dimostrare di esserlo. Ne andava del proprio valore come persone.1
A partire da qui, sulle orme di Naomi Wolf e del suo Il mito della bellezza, Gancitano ripercorre le tappe che hanno fatto della bellezza un mito irraggiungibile e una vera e propria prigione dorata in cui le donne sono state rinchiuse e di cui loro stesse, spesso, hanno buttato la chiave: abbiamo creduto di stare perseguendo canoni estetici sempre più sfidanti per sentirci belle, ma in realtà ci siamo sottomesse a relazioni di potere che mirano a distrarci, a farci sembrare necessario il tempo, il denaro, l’impegno e l’accanimento che impieghiamo per mantenerci giovani e piacenti, illudendoci peraltro di farlo solo per noi stesse.
L’unico regno di cui c’è dato essere regine incontrastate, con scopettone come scettro e bigodini come corona, è la nostra casa, che deve essere lustra e perfetta, proprio come noi. Solo così potremo dirci donne. Solo così potremo non pensare ad altro. Un altro che è occupato dagli uomini.
Ridiscutere dunque il mito della bellezza in modo critico e consapevole diventa quindi un atto femminista di denuncia al sistema capitalista neoliberista.

Riflessioni analoghe si possono ritrovare in Campo di battaglia. Le lotte dei corpi femminili di Carolina Capria (Effequ, 2021). L’indice del libro è di per sé una dichiarazione d’intenti, che mostra in maniera efficace la frammentazione a cui è sottoposto il corpo delle donne, un oggetto sotto esame in tutte le sue parti, rispetto al quale le insicurezze sono costantemente alimentate dalla società dei consumi per spingerci, ancora una volta, a sconfiggerle a suon di creme, trucchi e trattamenti. Diciamolo in modo più chiaro, a suon di soldi e tempo che sottraiamo ad altro.

Rispetto al saggio di Gancitano, le riflessioni di Capria hanno un taglio che va dal personale per arrivare all’universale; parte dalla sua esperienza, in cui tutte noi (non) stranamente ci possiamo riconoscere, per ragionare su dinamiche che sovrastano tutte.
Due riflessioni in particolare in questi ultimi mesi ho provato a fare mie, per iniziare non a “volermi bene così come sono”, ma per ragionare in modo critico sulla mia visione del corpo e riappropriarmi di un mio sguardo autentico.
La prima è che “il corpo è un mezzo, non un simulacro. Averne cura significa fare in modo che ci tenga per mano e ci accompagni dove vogliamo andare e nella ricerca di chi siamo e di chi desideriamo essere. Averne cura non significa in nessun modo trattarlo come un bell’oggettino il cui unico scopo è quello di compiacere lo sguardo sconosciuto, in una realtà in cui la bellezza coincide con l’amabilità.”2
La seconda è che “va bene fare trattamenti estetici più o meno invasivi, va bene scegliere di non farli. Va bene smettere di indossare la minigonna, va bene continuare a farlo. Va bene dedicare molta attenzione e molte cure al proprio aspetto, va bene scegliere di occupare diversamente il tempo. Va bene accettare la propria faccia, va bene provare a cambiarla. Va bene qualunque cosa scegliamo per noi stesse: l’unica cosa che non va bene è che qualcuno giudichi le nostre scelte o ci faccia sentire inadeguate”3.
Da un po’ di mesi ho dunque iniziato a sospendere il giudizio, smettere per prima di commentare ad alta voce i corpi, mio e altrui, provare a darmi questa regola: dei corpi non si parla. In fondo non siamo giudizi ad un costante concorso di bellezza.
Ma questo non basta, perché “esiste un muro che divide le conquiste personali da quelle sociali e politiche: posso sentirmi bene quanto voglio con me stessa, ma fin quando non cambieranno le regole del gioco la mia conquista personale, peraltro non scontata e automatica, ma frutto anche di molti privilegi, non mi permetterà di uscire dal mio recinto, ma solo di muovermi meglio al suo interno.”4
Ancora una volta la lotta al mito della bellezza può diventare una lotta sociale e politica a un sistema che ci vuole sempre e comunque attraenti. Ricordiamoci che il personale è politico.

Ultimo per lettura ma non per valore, il saggio di Chiara Meloni e Mara Mibelli, Belle di faccia. Tecniche per ribellarsi a un mondo grassofobico (Mondadori, 2021).
Per me ha rappresentato una vera e propria guida alla scoperta di termini di cui conoscevo solo superficialmente il significato e che non sapevo usare con cognizione di causa: ho imparato la differenza tra “body shaming” e “stigma”, quella tra “body positivity” e “fat acceptance”.
Ma ancor più è stato un percorso di riconoscimento della grassofobia che ci circonda e che molto spesso inconsapevolmente condiziona anche il mio sguardo. Le autrici, con un taglio personale, ironico e schietto, ripercorrono la storia degli standard di bellezza, mostrano gli stereotipi legati alle persone grasse e la rappresentazione che i mass media nel tempo ne hanno fatto. Un testo divulgativo ben fatto, adatto anche per la lettura autonoma già a partire dalla scuola secondaria di II grado.
Tutti questi testi sono stati per me preziosi non solo per un lavoro personale su me stessa; le considerazioni che ne ho tratto sono state così importanti da usarle anche per un percorso sul corpo che sto proponendo in queste settimane nelle mie due classi III e di cui parlerò a breve.
Sono però libri non adatti alla lettura nella scuola sec. di I grado per la loro complessità; se volete proporre un testo divulgativo che affronta queste tematiche in modo semplice e accessibile anche ai ragazzi dagli 11 ai 13 anni, vi suggerisco un piccolo libretto che mi era stato a suo tempo suggerito dalla già citata Alice Bigli e che ben si presta alla lettura individuale o alla condivisione in classe di alcune pagine. Si tratta di XXNormal – Stop al body shaming! di Annalisa Strada (Einaudi Ragazzi, 2022).

A compendio di queste letture, consiglio a tutte e a tutti la visione del documentario Il corpo delle donne, scritto nel 2009 da Lorella Zanardi, Marco Malfi Chindemi e Cesare Cantù e visionabile qui. In soli 25 minuti gli autori ci mostrano in modo inequivocabile, pur se non ci fosse il commento, l’uso strumentale, violento, stereotipato che la TV ha fatto del corpo delle donne.

Guardare queste immagini, per me che sono cresciuta bambina davanti a Non è la rai al pomeriggio e coi miei nonni che ridevano in compagnia davanti a Colpo grosso la sera, adolescente con le veline di Striscia la notizia e giovane donna con Ciao Darwin, è stata come un’epifania: sapevo bene l’”inganno” nascosto dietro quei corpi eppure guardavo ma non vedevo l’influenza che quei modelli inautentici di donna avevano su di me. Se siamo sopravvissute a tutto questo e siamo riuscite comunque a sviluppare un pensiero critico, possiamo forse già definirci fortunate.





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