Quest’anno mi sono iscritta nuovamente a un gruppo di lettura per insegnanti, dopo tanti anni che lo desideravo ma le esigenze familiari non me lo permettevano. Ho la fortuna di vivere non troppo distante da Rimini, così ho scelto il GdL condotto da Alice Bigli. Si svolge in presenza e ogni mese ci si confronta su un libro letto tra una serie di titoli proposti da Bigli stessa. All’inizio mi sono sentita un po’ a disagio, perché non sapevo esattamente come sarebbe stato condotto l’incontro: tendo a sentirmi insicura se mi trovo in una situazione nuova dove non so come andranno le cose. Alice ha però iniziato spiegandoci proprio come l’avrebbe gestito, secondo quale “scaletta” e quali erano i motivi sottesi a tale organizzazione e questa modalità mi ha immediatamente rasserenata.

Ho trovato questa presentazione e la successiva organizzazione efficace e funzionale, perché ha messo ciascun partecipante in grado di gestire i propri interventi con cognizione di causa e ha permesso alla conversazione di essere informale, pur all’interno di una sua struttura formale.

Ho ripensato proprio a questa mia esperienza personale e a come mi sono sentita, quando ho iniziato a scrivere questo articolo in cui provo a raccontarvi come sono andati i booktalk successivi all’analisi del racconto Il cigno di R. Dahl di cui avevo parlato qui1.

Perché se è vero che tutti riusciamo a parlare di quanto abbiamo letto, farlo in modo efficace e significativo ha bisogno di abitudine, regole e organizzazione. Per questo credo sia necessario introdurre questa routine fondamentale del laboratorio di lettura in modo graduale, chiaro e ben strutturato, così da permettere a tutti i nostri ragazzi di avere delle linee guida da seguire per sentirsi sicuri e a loro agio.

Ma andiamo per ordine.

Questa espressione è familiare ai docenti che si sono in qualche modo avvicinati al WRW, ma potrebbe non essere chiara a tutti.

Con booktalk s’intende letteralmente una “conversazione sui libri” fatta sia dal docente sia dall’alunno per far conoscere alla comunità un libro letto e amato al punto tale da volere che anche altri lettori lo leggano.

Senza esserne consapevoli, sono certa che tutti noi docenti che abbiamo messo l’educazione alla lettura tra i nostri obiettivi abbiamo fatto almeno una volta un booktalk nelle nostre classi o magari seduti davanti a un tè fumante, chiacchierando con un amico a cui volevamo suggerire l’ultimo libro letto: ne abbiamo indicato titolo e autore, abbiamo raccontato brevemente la trama senza soffermarci troppo sui dettagli e privilegiando quelli che sapevamo incuriosire l’ascoltatore e abbiamo introdotto alcuni motivi per cui valesse la pena leggerlo.

Se fare un booktalk può dunque sembrarci facile, più complesso può risultare insegnare ai nostri alunni a realizzarlo.

Per capire come muoverci da docenti, partiamo dalla descrizione che ne fanno i maestri.

Nancie Atwell nel suo In the Middle ci dice:

                There’s no prescribed format for a booktalk, no props, posters, reports, or notes […].

A booktalk is informal. In tone and content, it resembles the way adult readers talk to our friends about titles we love and think they might: tell how the book made us feel, describe main characters and conflicts, sketch the plot without giving away the surprises, mention theme, style or genre, describe our encounter with the book – how we reacted to or read it.

At the end of a booktalk, the booktalker takes questions.2

E ancora in La zona di lettura, la stessa Atwell riprende il discorso in questi termini:

Quando insegnavo, in ogni classe facevamo dai 250 ai 300 booktalk all’anno.

Ciò significa che una ragazza o un ragazzo o io ci sedevamo sulla sedia a dondolo per un paio di minuti e raccontavamo qualcosa di una storia che ci era piaciuta: chi era il personaggio protagonista, quali i suoi problemi, il genere e magari il tema del libro o il motivo per cui ci era piaciuto, o come lo avevamo letto, senza mai dimenticare di dare un voto. Alla fine si lasciava spazio alle domande e il libro passava al lettore successivo.

Un booktalk è un ibrido: un po’ servizio alla comunità, un po’ discorso da imbonitore per vendere il libro. Non è un resoconto orale. Non è mai valutato con un voto. Non necessita di null’altro oltre alla copia del libro: nessun filmato e nemmeno appunti, a meno che chi presenta non ne abbia bisogno. I booktalk sono brevi spot pubblicitari, raccomandazioni dirette e informali di titoli che sono apprezzati da singoli lettori e che non sono ancora stati presentati quell’anno.3

Se passiamo alle voci autorevoli italiane, attraverso le parole di Jenny Poletti Riz e Silvia Pognante leggiamo che i booktalk sono “un’altra pratica, molto importante, tanto da diventare una vera e propria routine. […] Devono essere veloci, dirette, sentite. […] Grazie ai book talk, non solo i nostri studenti conosceranno nuovi titoli e autori, amplieranno i loro orizzonti e potranno esplorare nuovi generi, ma scopriranno che parlare di libri non è affatto noioso, anzi!”4

Pognante e Poletti ci danno anche indicazioni precise su come strutturare un booktalk efficace:

Quali aspetti dovrà trattare in pratica un book talk? In sostanza i seguenti:

  • una presentazione del protagonista e del suo problema;
  • il punto di partenza della storia;
  • una breve sintesi della trama senza svelare il finale, ma con qualche indizio relativo all’acme;
  • perché questo libro mi ha o non mi ha conquistato5
  • eventuali lampi di connessioni con la mia vita o con altri libri

[…] Un’ultima componente dei book talk: di solito prepariamo anche la lettura di un passo del libro a alta voce (può essere l’incipit o un’altra parte che avremo selezionato) per far sentire la voce del narratore e dare la sensazione dell’atmosfera e dello stile della narrazione. Daremo cioè un assaggio del libro, mostrandolo anche nella sua dimensione di oggetto: mostreremo la copertina, apriremo le pagine, vedremo insieme la lunghezza dei capitoli e osserveremo le eventuali illustrazioni.

Nel loro testo Pognante e Poletti introducono anche una rublist utile per la valutazione dei booktalk, all’interno del più ampio capitolo dedicato alla valutazione del laboratorio di lettura.

Partendo  da queste riflessioni e dalla prassi che ho nel tempo costruito, tutti gli anni in cui ho una nuova classe introduco la pratica del booktalk facendola poi diventare un’abitudine mia e loro: io presento loro libri che vanno ad arricchire la biblioteca di classe o suggerisco titoli attraverso brevi consulenze individualizzate, loro sono tenuti a presentare almeno due booktalk a quadrimestre.

La prima fase è sempre quella dell’immersione: per insegnarti come fare qualcosa, ti faccio vedere come si fa attraverso degli esempi che ti permettano di ricavare autonomamente le caratteristiche del testo (scritto o orale) che devi produrre.

È vero che le  mie presentazioni di nuovi titoli sono già booktalk che possono servire da modello per loro, ma è anche vero che quelle sono molto brevi e informali (come auspicato da Atwell!). Nel tempo mi sono resa conto che alla secondaria di I grado è necessario un lavoro più strutturato, attraverso cui i ragazzi capiscano su cosa concentrarsi e come farlo.

Per questo dedico alcune lezioni ad hoc, che variano a seconda della classe che ho di fronte.

Quest’anno, essendo già in III ed avendo dunque poco tempo a disposizione, in fase d’immersione ho mostrato loro il video di un mio booktalk esemplificativo che avevo predisposto qualche anno fa sul romanzo Drilla di Andrew Clements.

Lo abbiamo visto in classe e ho chiesto loro di annotare sul taccuino gli aspetti che lo rendevano efficace. Lo abbiamo poi rivisto e abbiamo provato a ricostruirne insieme i punti trattati.

Altri anni, con più tempo a disposizione, abbiamo ascoltato anche altri booktalk presi da Youtube per ragionare insieme sulle differenze e sugli elementi di maggiore o minore efficacia.

A questo punto ho mostrato loro il “dietro le quinte”: come ho lavorato e quanto tempo ho impiegato per realizzare il mio booktalk.

Ho proiettato le immagini del mio lavoro di scrittura sul taccuino, per far comprendere loro che anche un lettore esperto ha bisogno di appuntarsi idee, spunti e riflessioni da cui partire, senza dover poi imparare a memoria un discorso, ma semplicemente perché scrivere è pensare e per parlare in modo fluido e convincente in modo naturale occorre un buon allenamento.

A questo punto il laboratorio di lettura s’intreccia con quello di scrittura: ho chiesto loro di lavorare sui loro taccuini alla stesura del loro booktalk seguendo la “scaletta” che avevamo ricostruito insieme.

Nel caso specifico della mia classe, a cui ho chiesto di lavorare in via del tutto eccezionale sullo stesso acconto analizzato in classe, gran parte del lavoro era già pronto, ma per tutti i futuri booktalk personali, loro sanno che possono lavorare alla stesura a casa ma anche in classe durante i momenti di lettura individuale, così da approfittare della mia presenza e di mie eventuali consulenze.  

Come dicevo, i ragazzi sanno di dover presentare almeno due book talk a quadrimestre, per cui una volta avviato il laboratorio di lettura, individuo un giorno della settimana deputato alle presentazioni (generalmente il giorno in cui ho 3 ore nella stessa classe) e predispongono un cartellone con il calendario in cui gli studenti autonomamente si prenotano.

Al momento del booktalk, lo studente si pone in piedi davanti ai compagni e a me, che mi siedo in mezzo a loro e dà avvio alla sua presentazione, con o senza taccuino con appunti di fronte a sé a seconda del grado di sicurezza raggiunto. Un tempo anche nella mia scuola avevamo scelto di acquistare le “sedie del lettore” da utilizzare in queste circostanze, allestendo magari la classe in un setting circolare, ma poi nel tempo abbiamo perso questa abitudine che certamente aveva un suo valore.

Al termine dell’esposizione i compagni sono liberi di fare domande e/o osservazioni per dare suggerimenti in vista del futuro booktalk, partendo sempre dagli aspetti positivi.

Nella fattispecie dei booktalk assegnati alla mia classe III, ho richiesto loro d’inviarmi il video della loro presentazione per il semplice fatto che l’obiettivo in questo caso non era diffondere buoni titoli, ma verificare che avessero appreso come svolgere un buon lavoro andando in profondità e in tempi ridotti. Avrei potuto attendere che ciascuno di loro presentasse il libro che stavano leggendo in autonomia, ma avevo necessità di avere un riscontro intermedio per sapere se avevamo intrapreso la giusta direzione di lavoro.

Nello scegliere se valutare o meno il booktalk, io mi sono attenuta alla linea indicata da Poletti e Pognante: prima che i ragazzi si accingessero a lavorare, ho condiviso con loro la rublist di valutazione che avrei utilizzato e che avrebbe permesso loro di autovalutarsi.  Non l’abbiamo costruita insieme (sempre per mancanza di tempo), ma ne ho utilizzata una condivisa da Elisa Turrini diversi anni fa sulla pagina Facebook Italian Writing Teachers; al termine del lavoro, le ho compilate e stampate, cosicché ogni alunno la potesse incollare sul proprio taccuino, sottolineando gli aspetti di maggiore debolezza ed efficacia da tenere presente per la presentazione successiva.

In generale tutti i booktalk sono stati soddisfacenti. L’aspetto su cui continuare a lavorare tanto è  l’argomentazione personale di quanto affermato, anche attraverso la lettura di passi esemplificativi: salvo qualche eccezione, infatti, i ragazzi hanno portato impressioni e connessioni personali, ma spesso poco approfondite, superficiali.

Ora si stanno preparando ai loro booktalk personali e spero che facciano tesoro delle indicazioni riportate sulla rublist di valutazione.


  1. Quest’anno ho avuto necessità d’introdurre il booktalk in modo anomalo rispetto al solito; come già sa chi ha letto i miei articoli, quest’anno ho due classi III, ma solo in una ho avuto la cattedra d’italiano per tutti e 3 gli anni. In quella “nuova” ho sentito il bisogno di riprendere il testo narrativo attraverso il racconto Il cigno di Dahl e di dare ai ragazzi alcune strategie di lettura profonda che potessero essere loro utili anche nella comprensione dei libri che avrebbero letto successivamente in modo autonomo. Per questioni di tempo, dunque, ho chiesto loro di svolgere un primo “booktalk di prova” proprio sul racconto che avevamo analizzato insieme in classe, per verificare nel breve tempo che le competenze relative alla presentazione di un testo letto fossero in qualche modo state acquisite, così da poter essere poi utilizzate sui libri che nel frattempo stavano leggendo da soli. Per questo ho chiesto loro d’inviarmi dei video booktalk, perché potessi avere uno sguardo personalizzato su ciascuno di loro, senza togliere tempo alla didattica in classe. Sono stati dunque booktalk anomali, proprio perché avevano un obiettivo ed esigenze diverse rispetto a quelli che propongo generalmente. Nel ricostruire le varie fasi, però, ho rispettato comunque la scansione che utilizzo di solito nelle mie classi, quando introduco per la prima volta questo tipo di lavoro. ↩︎
  2. N. Atwell, In the Middle. Third Edition, Portsmouth, Heinemann, 2015, p. 93- Trad. mia “Non c’è un modello prestabilito per un booktalk, nessun oggetto di scena, cartelloni, relazioni o annotazioni […] Un booktalk è informale. Nei toni e nel contenuto, assomiglia al modo in cui noi lettori adulti parliamo ai nostri amici dei titoli che amiamo e che pensiamo possano amare anche loro: raccontiamo quali emozioni ci ha fatto provare, descriviamo i personaggi principali e i conflitti, abbozziamo la trama senza rivelare le sorprese, menzioniamo i temi, lo stile e il genere, descriviamo il nostro incontro con il libro – come abbiamo reagito ad esso o come lo abbiamo letto. Alla fine del booktalk, colui che espone accoglie le domande.“. ↩︎
  3. N. Atwell, A. Atwell Merkel, La zona di lettura. Come aiutare i ragazzi e le ragazze a diventare lettori abili, appassionati, abituali, critici, Loescher Editore, 2022, pp. 56-59. ↩︎
  4. J. Poletti Riz, S. Pognante, Educare alla lettura con il WRW – Writing an Reading Workshop. Metodi e strumenti per la scuola secondaria di primo grado, Trento, Erickson, 2022, pp. 170-171. ↩︎
  5. A questo proposito, l’indicazione di Pognante e Poletti inserisce uno scarto rispetto a quanto indicato da Atwell in La zona di lettura, p. 59: “Tranne che in un caso particolare, ho imparato che è meglio non consigliare un libro cui non avevo dato come voto un 9 o 10; chiedevo ai miei studenti e alle mie studentesse di attenersi alla stessa logica. Dopo un recensione tiepida –  anche un 7 era il bacio della morte – quel libro rimaneva per il resto dell’anno nella stessa posizione sullo scaffale, intonso. Sono venuta meno alla regola della raccomandazione nel caso di titoli nuovi che non avevo ancora letto, spiegando cosa mi aveva spinto a comprarli, leggendo ad alta voce la quarta o il risvolto di copertina e chiedendo se qualcuno voleva leggerli per primo o prima.” ↩︎

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