Oggi avrei dovuto scrivere un articolo per raccontare come sono andate le cose coi book talk assegnati dopo il lungo percorso su Il cigno di Dahl (ne avevo parlato qui).
A onor del vero avevo già iniziato a buttar giù le prime righe, a riordinare i pensieri, ma poi ho letto del ritrovamento del corpo senza vita di Giulia Cecchettin, vittima numero 104 di femminicidio nel 20231, e non sono più riuscita ad andare avanti.
Mi sembrava tutto così inutile.
Sarà che tra un po’ sarà il 25 novembre.
E immagino già la retorica vuota di “quelli che benpensano” , ma che trovano “degradante” anche solo la proposta di legge finalizzata all’introduzione dell’educazione affettiva e sessuale a scuola.
Sarà che lo sapevamo già tutti.
E già questo è di per sé problematico. Ci si può abituare all’idea di finire ammazzate se si dice “no”?
E cosa racconterò alla mia adolescente? Come le spiegherò tra qualche anno che “sì, vedi, la mamma ti ripete da sempre che tu devi essere libera, sii chi vuoi essere, il corpo è tuo e decidi tu, ma stai attenta a chi ti scegli, prova a immaginare come sarà dopo, perché la storia della faccia da bravo ragazzo non regge più”?
Insomma, libera, ma non troppo.
Sarà che io un figlio maschio ce l’ho.
E sento tutta la difficoltà di crescerlo rispettoso del consenso. Tutte le volte che strappa di mano un gioco a sua sorella più piccola, tutte le volte che entra nella camera di sua sorella più grande e non esce, tutte le volte che cerca di comandarle, tutte le volte che le spinge o le abbraccia e loro non vogliono. “Ha detto no” “Non vuole, hai visto?” “Sta piangendo, significa basta”.
Sarà che sono anche un po’ stanca di essere considerata bacchettona.
E nonostante ripeta, insista, puntualizzi che certe parole, certi atteggiamenti, certi modi di ragionare sono figli di stereotipi di genere e della mentalità patriarcale, chi mi circonda ride o sbuffa.
“Ma non si può più dire niente!”
“Ah, è vero che con lei certe parole non si possono usare”
“Eh, ma che palle! Fatti una risata!”
Sarà che a scuola non tutto va sempre bene.
E questa settimana sono successe cose che mi hanno fatto interrogare sul ruolo di noi insegnanti come educatori, fatti che hanno fili e radici fuori da scuola, per cui potremmo dire “sanzioniamo e basta” e invece ti confronti, parli, cerchi soluzioni anche con la psicologa della scuola perché non tutto il male porti solo male. Ma poi non sei mai certo di fare la cosa giusta.
Sarà che mi risuonano nella testa alcune parole.
E allora ripenso a chi ha detto che “i libri non si usano, si leggono”, che “i libri non si scelgono in base al tema, ma perché belli, potenti”, che “le poesie si leggono in quanto tali e non perché l’insegnante vuole condurre i ragazzi a parlare di certe tematiche”.
E penso che abbiano ragione, ragione da vendere, ma che io ora pagherei oro per il titolo giusto, per incontrare qualcuno più esperto di me che mi dica quale poesia, quale romanzo, quale racconto posso andare in classe e leggere ad alta voce, gridare anche se necessario, perché colpisca nel profondo quei miei adolescenti che tra un po’ di anni si innamoreranno e magari soffriranno.
Qualcuno che mi dia le parole giuste da dire, le parole magiche per aiutarli a crescere gentili, equilibrati, capaci di farsi scuotere dalle vicende della vita senza deflagrare o implodere.
Qualcuno che mi dica come si fa.
Poi mi ricordo che alla fine io sono solo la loro insegnante di un piccolo pezzetto di vita. Che non posso insegnare più di quello che sono, di quello in cui credo, di quello che so.
E allora continuerò a leggere storie potenti, perché possano parlare della vita degli altri per conoscere e sognare anche la loro.
Continuerò a farli studiare con costanza, rigore, perché imparino la pazienza e l’attesa, la soddisfazione e la frustrazione.
Continuerò a stressarli per gli errori, perché imparino la cura e l’attenzione.
Continuerò a incoraggiarli per i piccoli traguardi raggiunti, perché imparino a essere fieri di sé.
Continuerò a farli scrivere di loro stessi, perché imparino a trovare le parole prima per conoscersi e poi per dirsi.
Questo solo è quello che posso e questo è quello che continuerò a fare.

S. Vecchini, A. Vairo, In mezzo alla fiaba, Milano, Topipittori, 2015.
Devi scendere tutte quelle scale
se ti vuoi salvare,
una ad una,
avere paura…
e girare la chiave
anche se tremano i ginocchi
devi aprire capire guardare
mai chiudere gli occhi
davanti al male.





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