Non era nelle mie intenzioni scrivere questo articolo. Mi ero ripromessa che non ne avrei parlato per una serie di ragioni:

– non ho fatto nulla di particolarmente speciale

– non mi sento esperta

– non sono del tutto soddisfatta di come siano andate le cose

Ho però deciso di ricredermi ieri quando ho appreso che l’Italia si è astenuta all’Onu sulla risoluzione per la richiesta di una tregua umanitaria a Gaza: non mi sono sentita rappresentata dal mio Paese.

Ora che il conflitto ha assunto le sembianze di un genocidio davanti agli occhi impotenti del mondo e che i mezzi d’informazione “ufficiali” si rivelano sempre più tendenziosi, mi sono detto che se queste mie parole possono incoraggiare un solo insegnante o un solo genitore a documentarsi e a scegliere di affrontare queste complesse tematiche in classe o a casa per provare a spiegare il reale ai ragazzi, allora ne vale la pena.

Dal 7 ottobre il conflitto israelo-palestinese è entrato con prepotenza nelle nostre vite: le immagini e le notizie provenienti da quel contesto di guerra sono giustamente ovunque e mi colpiscono in modo disturbante1, tanto che per alcuni giorni ho avuto bisogno di frequentare il minimo indispensabile i social network, in particolare Instagram, perché provavo e provo tuttora dolore fisico di fronte al racconto di quella realtà. Ho subito pensato che il mio sentire potesse essere quello di tanti miei ragazzi, che hanno anche meno strumenti culturali per comprendere il significato (se un significato c’è) di quella violenza.

Come insegnante, dunque, cosa dovevo fare?

Far finta di nulla e posticipare l’argomento a quando lo “avrei dovuto” affrontare in storia, quindi presumibilmente maggio? Ma se non lo dici, non esiste. Come si poteva non dirlo? A quale pro?

I nostri ragazzi sono immersi ADESSO tanto quanto noi adulti in notizie, immagini e video che li colpiscono con la loro violenza e hanno il diritto (e credo anche il dovere) di ricostruire in modo adeguato alla loro età il senso di ciò che accade, guidati da persone adulte competenti. Ce lo ricordano anche le indicazioni nazionali:

Alla prima domanda mi sono data quindi subito una risposta: avrei affrontato il tema in classe ora.

Ma come? Nemmeno io, pur avendo studiato il conflitto israelo-palestinese, nonostante abbia cercato negli anni di rimanere aggiornata attraverso libri, podcast, articoli,  mi sento così ferrata su un problema tanto complesso. Inoltre emerge la necessità di cercare di raccontare i fatti in modo semplice ma non banale, senza farsi condizionare dalle proprie idee costruite nel tempo.

Ho deciso dunque che avrei ricostruito la vicenda su due piani: ciò che è accaduto ora e ciò che è accaduto nel tempo. Casus belli per comprendere il presente e cause remote per conoscere il contesto.

Provo qui a raccontarvi come ho proceduto, senza avere la pretesa di rappresentare un buon modello, ma solo per stimolarvi a parlarne, documentarvi, se ancora non lo avete fatto.

CLASSI: due classi III di scuola sec. di I grado.

TEMPI: 4 ore di lezione.

Quando tutto è iniziato, in storia stavamo affrontando il Risorgimento e avevamo appena approfondito i concetti di STATO, NAZIONE e PATRIA. L’aggancio era perfetto. Ho dunque spiegato loro che avremmo fatto una “pausa” nel nostro percorso, per vedere come questi concetti sono risultati estremamente problematici nel contesto medio-orientale alla luce dei fatti che stavano accadendo e di cui tutti loro avevano percepito l’eco in modo più o meno forte.

Ho deciso di dare avvio al percorso proponendo una delle routine di MLTV, (Making Learnig and Thinking Visible) che da tempo uso nella mia didattica, seppur leggermente modificata.

Si tratta della Routine 3-2-1 Ponte, attraverso la quale si vanno ad indagare le preconoscenze e le domande che si hanno su un determinato argomento prima di andare ad approfondirlo, per poi andare a riprendere il tutto al termine dell’approfondimento, per vedere come le conoscenze acquisite hanno modificato il modo di concepire l’argomento. Ho chiesto dunque loro di scrivere sul quaderno cosa sapevano a riguardo, non preoccupandosi della correttezza delle loro conoscenze:

”il loro pensiero iniziale non è necessariamente giusto o sbagliato, è solo un punto di partenza”2.

C’è chi ha scritto un foglio di quaderno, chi una sola riga. Ho poi fatto un brevissimo sondaggio per sapere quali fossero le loro fonti d’informazione: genitori, Tik Tok e Youtube.

In questa fase mi ha colpito vedere la forte differenza di preconoscenze tra le due classi e notare come in quella in cui c’erano conoscenze maggiori, queste ultime fossero possedute da alunni generalmente poco studiosi, ma che per curiosità personale o per contesto familiare, avevano approfondito in modo davvero stupefacente ciò che stava accadendo, tanto da volerne parlare con me anche dopo il suono della campanella.

Per ricostruire ciò che è accaduto a partire dal 7 ottobre abbiano proceduto schematizzando io alla lavagna, loro sul quaderno attraverso le 5W:

Approfittando delle conoscenze di alcuni, abbiamo cercato Israele sul planisfero e ne abbiamo trascritto i confini.

Ho chiesto poi loro di individuare la Palestina: non trovandola, la siamo andati a cercare su Google Earth, che riporta questa definizione:

“La Palestina è uno Stato a riconoscimento limitato del Vicino Oriente, osservatore permanente presso le Nazioni Unite , de facto occupato in gran parte da Israele”.

Abbiamo ragionato su questa definizione, provando a spiegarne i termini tecnici con le nostre parole e alla fine abbiamo cercato su Google una carta politica che rappresentasse questa situazione territoriale particolare, appuntandoci tutto sul quaderno, in particolare Striscia di Gaza e Cisgiordania. Abbiamo anche cercato di capire cosa significhi vivere in uno Stato occupato, introducendo parole come “muro” ed “embargo”, allo stesso modo abbiamo approfondito il termine “kibbutz”, cercandone immagini su Internet.

Ho chiesto loro quando questo conflitto fosse iniziato.

“Il 7 ottobre, prof.” hanno detto alcuni.  

“70 anni fa” hanno risposto altri.

Ho detto loro che entrambe le risposte erano corrette ma che in questo momento ci stavamo occupando del casus belli, concetto storico che loro già padroneggiano. Ci saremmo occupati del contesto in un secondo momento, ma intanto era giusto che loro avessero già in mente che nulla accade all’improvviso e dal nulla.

Attraverso le conoscenze dei più esperti e le mie integrazioni abbiamo ricostruito ciò che è accaduto a partire dal 7 ottobre, dall’attacco di Hamas alla riposta di Israele. In quei giorni ancora non c’era stato l’attacco di terra che si è poi verificato, ma era stato solo promesso. Non ho volutamente mostrato video e immagini: temevo di urtare la sensibilità di molti e non volevo cadere nella pornografia del dolore.

Ho spiegato loro che Palestina vs Israele non significa che tutti i Palestinesi siano nemici di tutti gli Israeliani e viceversa. Abbiamo dunque parlato di Hamas e di cosa significhi fondamentalismo islamico, di Netanyahu e coloni.

Per poter apprendere appieno ciò che è accaduto, occorre conoscere il contesto storico.

Perché i  ragazzi potessero seguire le tappe principali di questo conflitto e le potessero fissare nel quaderno, così da poterle riprendere anche nei prossimi mesi, le abbiamo sintetizzate in una linea del tempo verticale che io costruivo insieme a loro alla lavagna, mostrando ogni tappa attraverso immagini di un PowerPoint.

Nello scegliere quali passaggi ripercorrere, ho cercato di semplificare senza banalizzare. Avevo bisogno di ricostruire un contesto complesso in poco tempo e in modo chiaro.

Sono certa di aver tralasciato momenti importanti, ma ho dovuto operare delle scelte:

Prima di raccontare cos’è accaduto nel 70 d.C, ho utilizzato Geacron, l’atlante storico interattivo che permette di navigare nel tempo e nello spazio.

Ho mostrato loro la carta del Mediterraneo dell’epoca e ho chiesto di spiegarmela. Hanno notato come tutto fosse sotto un’unica dominazione che hanno facilmente attribuito all’impero romano. Da lì siamo partiti per recuperare le loro preconoscenze specifiche, a partire dall’anno 0, attraverso mie domande stimolo: Gesù, Ponzio Pilato, sommi sacerdoti del Sinedrio, Ebrei, Antico Testamento.

Il salto temporale è stato notevole, ma nel mezzo abbiamo parlato di ANTISEMITISMO e dei motivi che a partire dal Medioevo hanno attirato l’odio nei confronti degli Ebrei, fissandoli su un post-it. Abbiamo affrontato concetti come deicidio, diversità, gestione del denaro, usura, per arrivare ai concetti di pogrom e sionismo.

Le leggi di Norimberga e l’inizio della segregazione razziale in Germania. Tutta questa parte è stata affrontata per sommi capi (pregiudizio, segregazione, ghettizzazione, persecuzione), perché ho spiegato loro che l’affronteremo in modo approfondito nei prossimi mesi,  ma il tutto serviva per spiegare le migrazioni crescenti degli Ebrei in Palestina, abitata ora da tribù arabe, sotto il controllo coloniale della Gran Bretagna.

Nascita dello Stato d’Israele.

A questo punto ho dato loro una fotocopia della Palestina che mostra i cambiamenti territoriali che ha subito nel tempo: man mano che procedevamo sulla linea del tempo, analizzavamo la carta che abbiamo colorato con due distinti colori, per mettere in evidenza le terre abitate dai Palestinesi e quelle abitate dagli Israeliani.

Agli occhi ciò che è accaduto è balzato subito in modo evidente.

Qui mi sono fermata con la ricostruzione cronologica, raccontando che da allora in poi ci sono state continue tensioni che nel tempo sono esplose in diversi conflitti. Non li ho approfonditi, non siamo andati oltre e questa è il motivo per cui sento che il mio percorso non è stato soddisfacente. Non siamo andati oltre perché percepivo in loro – ragazzini di 13 anni – che tutto stava diventando complicato e io non sono stata capace di semplificare in modo adeguato per le classi che avevo di fronte la complessità che ha caratterizzato questo scenario dal ’48 in poi. Abbiamo accennato a cosa significhi vivere in una prigione a cielo aperto, ai bunker antirazzi degli israeliani, alle proposte di due Stati due nazioni, ma sento che il lavoro non è completo. Quando l’ho terminato, nom.

Al termine del percorso ho chiesto loro di ritornare al punto di partenza e scrivere sul loro quaderno come fossero cambiate le loro conoscenze sull’argomento dopo tutto ciò che avevamo approfondito e se avessero ancora domande aperte.

Alcuni di loro hanno voluto condividere ad alta voce quanto avevano scritto e ne è emerso un bel confronto. Mi ha stupito l’osservazione di uno di loro, un alunno che fino a quel momento ho sempre visto come fragile, ma che in questo percorso ha mostrato a tutti le conoscenze che aveva approfondito da autodidatta:

“Ho capito che a seconda del punto di vista che assumi, l’altro può essere terrorista e tu puoi sentirti liberatore.”

Nessuno al termine mi ha chiesto: “Prof., ma quindi chi ha ragione?” E questo è già, per me, un risultato positivo: a 13 anni hanno compreso che di fronte a situazioni complesse non si può ragionare come tifoserie di una partita di calcio, ma che si può comunque avere una propria opinione personale.

A me dal 7 ottobre risuonano nella testa le parole di Primo Levi e oggi più che mai non mi capacito di come si possa diventare da vittime carnefici:


  1. C’era (e c’è ancora) qualcosa in più: trovavo disturbante il corto circuito costante che si veniva a creare tra le immagini di dramma atroce e il nostro privilegio esibito comunque, nonostante tutto. Mi domandavo come fosse possibile continuare imperterriti a pubblicizzare la propria crema o l’ultimo outfit acquistato quando là stava accadendo l’innominabile che da molti non veniva mai comunque nominato. ↩︎
  2. E. Mughini, S. Panzavolta (a cura di), MLTV – Making Learning and Thinking Visible. Rendere visibili pensiero e apprendimento, Roma, Carocci, 2021, pp. 66-67. ↩︎

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