Quando si parte per un lungo viaggio, non basta individuare la meta.

Occorre preparare i bagagli tenendo conto del clima, consultare guide e blog di viaggiatori più esperti, pianificare le tappe considerando le distanze ma anche le forze nostre e dei nostri compagni di viaggio, prenotare alberghi e mezzi di trasporto, controllare i documenti, ricordarsi l’aspirina per le giornate di mal di testa e un taccuino per le giornate di gioia.

Ma anche così non basta.

Chi viaggia sa bene che è utile predisporre pure l’animo: non sempre, infatti, le cose vanno come avevamo previsto. Talvolta un disagio costringe a cambiare i piani, altre volte si decide di fermarsi più a lungo in un posto per goderne appieno, altre ancora occorre fermarsi per riflettere e decidere in modo consapevole quale direzione prendere. Sempre guardando alla meta.

A scuola le cose non sono molto diverse.

Negli anni ho imparato che un buon insegnante è sì colui che si pone obiettivi da raggiungere pensandoli sempre in relazione ai ragazzi che ha di fronte e che si prepara in modo serio e scrupoloso, ma è anche quello che monitora costantemente i suoi interventi didattici per autovalutarne l’efficacia. La sua deve essere una pratica riflessiva costante e onesta.

Non si può dunque pensare di demandare i bilanci a fine anno.

Allora eccoci qua. A distanza di un mese dall’inizio della scuola è ora di fare i primi bilanci sul laboratorio di lettura e sulle sue routine.

Quando questa estate ho pensato a come strutturarlo, ho dovuto innanzitutto ragionare sulle classi che avrei accompagnato in questo viaggio: una classe III che aveva già iniziato con me il cammino nei due anni precedenti e una che, invece, conoscevo solo per le materie di studio.

Con la prima, dunque, avevo già avviato nel tempo il laboratorio di lettura sia individuale sia ad alta voce: si trattava “solo” di riprenderlo, ripristinandone le routine e alzando il grado di complessità per quel che riguarda le strategie di lettura da applicare e le richieste.

Con l’altra, invece, avrei dovuto impostare il lavoro tenendo conto che non partivano comunque da zero (c’è sempre, per fortuna, un “prima di noi” da cui partire!) e che avrei avuto bisogno di un po’ di tempo iniziale per conoscerne le competenze già acquisite.

Al di là delle differenze, in entrambe ho comunque introdotto alcuni elementi che sono ormai punti fermi del laboratorio di lettura. Non tratterò qui delle strategie di lettura, cuore vivo dell’educazione alla lettura, ma di alcuni strumenti che fanno da cornice, ma che sono comunque utili per il lavoro.

Ecco allora il CELO/MANCA di settembre, per verificare insieme cosa ho fatto di ciò che avevo progettato e cosa ancora manca:

Da quando ho introdotto il WRW nella mia didattica, ogni volta che inizio con una nuova classe, do avvio al laboratorio di lettura con un questionario.

Lo scopo è quello di conoscere i gusti, le abitudini, le aspettative e la familiarità con i libri dei miei alunni. Per i primi anni il questionario è stata una trascrizione quasi letterale di quello proposto da Nancie Atwell nel suo In the Middle1, la Bibbia del WRW e il primo testo che ho studiato quando Jenny Poletti Ritz lo ha introdotto in Italia e ancora non c’erano manuali in italiano.

Io avevo tradotto la sua proposta e così l’ho somministrata a lungo, ma quest’anno ho sentito l’esigenza di renderlo più snello e accattivante dal punto di vista grafico.

Una volta somministrato ho raccolto i dati e li ho esaminati sia individualmente sia come gruppo classe.

A distanza di un mese avrei già delle modifiche da apportare che mi sono state suggerite nei vari corsi di formazione frequentati in queste settimane. Si tratta di spunti che io non ho inserito, ma che trovo significativi e utili:

– Un’esperienza bella legata alla lettura.

– Un’esperienza brutta legata alla lettura.

– Cosa dovrebbe fare la scuola per incentivare un rapporto positivo coi libri?

Ciò che inoltre ancora non ho fatto (mea culpa!) è condividere i dati emersi coi ragazzi stessi. Sarebbe stato un momento prezioso di riflessione condivisa, ma non mi sono ritagliata un momento adatto poco dopo la somministrazione e a questo punto lo farò a maggio, al termine dell’anno, per ragionare sui cambiamenti intercorsi e sui risultati raggiunti.

In entrambe le mie aule ci sono due librerie aperte (dettaglio fondamentale per permettere l’accesso diretto e costante ai libri!) non di grandi dimensioni, ma comunque sufficienti. Nel corso degli anni abbiamo fatto sì che tutte le aule del nostro Istituto potessero essere così attrezzate e, salvo qualche rara eccezione dovuta agli spazi, ci siamo riusciti.

Tutto questo anche per supplire alla mancanza di una vera e propria biblioteca d’Istituto: non essendoci un’aula da destinarle, la nostra scuola ha una biblioteca diffusa nei corridoi che non viene però così adeguatamente sfruttata.

I libri all’interno delle librerie sono miei, acquistati nel tempo tramite la carta del docente nelle librerie del territorio o su Vinted, dove si trovano a prezzi scontatissimi. Nessuno vieta però ai miei studenti di leggere autonomamente anche libri personali portati da casa e magari metterli a disposizione dei compagni che si mostrano interessati.

Ho inserito libri di diversi generi letterari e di diversi livelli di complessità, per garantire una certa bibliodiversità.

Tengo traccia dei libri inseriti nelle biblioteche di classe tramite l’app My Library, che aggiorno ogni volta che introduco un nuovo testo. A fine anno, quando inscatoliamo insieme tutti i libri per l’estate, attraverso la stessa App monitoriamo cosa c’è e cosa manca. Occorre onestà: qualche libro si perde nel tempo, ma credo ne valga comunque la pena.

In un recente corso di formazione Matteo Biagi, probabilmente il professore più autorevole d’Italia alla voce “biblioteche di classe”, ci ha suggerito un numero indicativo di libri che una buona biblioteca di classe deve possedere: tra i 10 e i 20 libri per alunno. A settembre, quando le ho allestite, ho provato a contare i volumi presenti nelle mie due biblioteche di classe e sono circa 200 in totale, quindi un numero non ancora  adeguato se si considera che vengono utilizzate da circa 40 ragazzi.

Inoltre, nel medesimo corso di formazione, lo stesso Biagi ci suggeriva di far decidere ai ragazzi stessi la catalogazione dei libri, ma su questo fronte, pur comprendendo il buon senso del suggerimento, fatico a farlo mio. Qualche anno fa insieme a una mia classe speciale abbiamo organizzato tutti i volumi per generi letterari, apponendo su ogni libro un talloncino colorato corrispondente al genere e da allora ho mantenuto questa catalogazione anche nelle classi che si sono poi susseguite.

I primi anni facevo sottoscrivere ai ragazzi un patto di responsabilità in accordo con le famiglie e questa estate, alla luce dei volumi persi a giugno, mi ero ripromessa di reintrodurlo: loro s’impegnano a leggere, a rispettare i libri presi in prestito, a riconsegnarli e, nel caso di testi persi, la classe s’impegna a riacquistarli. Alla fine mi rendo conto solo ora che nemmeno quest’anno ho messo in campo questa soluzione semplicemente per dimenticanza.

Avendo sempre la cattedra d’italiano in almeno due classi, negli anni mi sono trovata di fronte a un problema di organizzazione della biblioteca di classe: se i volumi dei vari generi letterari vengono collocati in una delle due classi e poi eventualmente fatti girare dopo qualche mese, come fare per quei testi che desidero essere disponibili sempre per entrambe? Sto parlando di graphic novel, manga, albi illustrati, libri di poesia, divulgazione e delle raccolte di racconti.

Qualche anno fa mi è venuta l’idea di organizzarmi con un carrellino di Ikea e attrezzarlo come biblioteca itinerante: utile per accontentare le esigenze di entrambe le classi e salvaspazio in caso di biblioteche di classe non troppo ampie. Anche quest’anno l’ho reintrodotto e devo dire che è sempre molto frequentato!

Purtroppo non sempre le buone intenzioni si accompagnano alla pratica: il carrellino finisce spesso fermo nella stessa classe per settimane, proprio come mi è accaduto in questo primo mese di scuola! Devo ricordarmi di essere più costante se voglio che entrambe le classi abbaino le stesse opportunità.

Una buona biblioteca di classe è quella che cresce in modo graduale ma costante. Se devo analizzare le mie due biblioteche di classe con onestà intellettuale, le trovo caratterizzate da una buona bibliodiversità: la catalogazione a colori utilizzata mi permette di verificare anche visivamente una distribuzione equa nei vari generi letterari e cerco sempre di prestare attenzione ai diversi livelli di difficoltà. Il numero di libri, però, cresce troppo lentamente. E non perché io non ne compri.

Ho accumulato a casa pile insormontabili di libri per ragazzi da portare in classe, ma non prima di averli letti. So bene che questo sarebbe un buon lavoro per l’estate: leggi, tieni traccia e poi presenti qualche libro ogni settimana. Ma per me l’estate da un po’ di anni è un periodo da dedicare alle letture di saggistica e romanzi per adulti. Ho bisogno di qualche mese per tornare nel mondo dei “grandi”.

Leggo anche libri per ragazzi in estate, certo, ma che, una volta portati in classe, si esauriscono nel giro di poche settimane. Da settembre a giugno poi leggo costantemente testi da proporre ai miei studenti, ma i miei tempi di lettura non mi consentono di portare in classe due o tre libri nuovi ogni settimana, come invece ogni anno mi riprometto di fare.

Potrei presentarli senza averli letti, documentandomi sulle riviste e sui siti specializzati: un buon propositi che ancora non sono riuscita a mettere in atto con costanza.

Per monitorare le letture dei miei alunni uso due strumenti sin dalle prime settimane di scuola :

– il registro dei prestiti che loro compilano autonomamente ogni volta che prendono in prestito o restituiscono un libro;

–  il report settimanale delle letture: in un giorno prestabilito dedico qualche minuto a segnarmi in agenda a che pagina sono arrivati e, nel caso in cui abbiano terminato o abbandonato un libro, quale sia il nuovo testo scelto. Tutto questo risulta utile per capire se stanno leggendo anche a casa in autonomia.

Nell’organizzazione settimanale delle lezioni, infatti, loro sanno che in tre precisi giorni è prevista la lettura individuale per 20 minuti; io faccio partire il timer del cellulare e ognuno di loro legge in totale autonomia. Sanno anche, però, che devono (sì, uso consapevolmente il verbo dovere) leggere anche a casa almeno altri tre giorni a settimana, cosicché la loro routine settimanale preveda almeno 20 minuti 6 giorni su 7. Come mi rendo conto se hanno letto? La prima lezione facciamo un test: leggiamo 10 minuti e al termine loro mi dicono quante pagine hanno letto e io me lo segno. Questo significa che io ho a disposizione un indicatore di riferimento per capire se a casa hanno letto oppure no.

Nonostante sia passato un mese, non ho ancora controllato il registro delle letture per verificarne la compilazione d a parte dei ragazzi e, soprattutto, non sono intervenuta in modo deciso laddove mi sono resa conto che manca la lettura individuale a casa. Al di là di segnalarlo a voce al momento del report e di far presente che è un compito a tutti gli effetti, non ho ancora trovato un modo per lavorarci su adeguatamente, perché sento sempre la vocina del subconscio che mi ricorda (nonostante quanto scritto poche righe sopra) che “Il verbo leggere non sopporta l’imperativo”.

Ho volutamente lasciato da parte alcuni aspetti chiave del laboratorio di lettura individuale che, credo, necessitino di uno spazio a parte, che consenta uno sguardo più complesso.

Mi riferisco ai booktalk, alle annotazioni di lettura sul taccuino, alle già citate strategie e alle consulenze.

Avremo modo di parlarne, in fondo è passato solo un mese!

  1. N. Atwell, In the Middle, Portsmouth, Heinemann, 2015, pp. 73-74. ↩︎

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