È ormai tradizione che i primi giorni di scuola siano dedicati all’accoglienza, cioè attività di diversa natura che hanno come scopo quello di far conoscere gli alunni tra loro, creare un clima collaborativo e far apprendere le routine che caratterizzeranno poi i mesi successivi.
Se queste attività sono una tappa obbligata nel passaggio da un ordine di scuola all’altro, si tende invece a dedicare solo le prime ore di lezione all’accoglienza dei “vecchi” studenti.
Eppure anche loro ogni anno sono a modo loro “studenti nuovi”: in quei tre mesi ci sono state le esperienze o le solitudini dell’estate; spesso il corpo, il viso e la voce si sono trasformati e con loro le emozioni e i pensieri. Insomma, è necessario ri-conoscere questa nuova versione di loro, così come è importante ri-conoscersi come gruppo classe.
Ho dunque sentito forte la necessità a settembre, quando ho ritrovato una delle mie classi III, di creare un’attività di accoglienza che ci permettesse di riconoscerci.
Dato che io e le mie colleghe abbiamo programmato per il I quadrimestre alcuni moduli autobiografici che permettano agli alunni d’indagarsi in vista della scelta della scuola superiore, ho ritenuto opportuno iniziare con un’accoglienza che s’inserisse da subito in questo percorso attraverso l’albo illustrato Che cos’è un bambino? di Beatrice Alemagna, di Topipittori.

Il testo non racconta una storia, ma prova a spiegare cos’è un bambino, attraverso un catalogo di comportamenti ed emozioni che ad un orecchio adulto suonano familiari ma al tempo stesso sorprendenti. E mentre Alemagna racconta i bambini, ci rivela anche il nostro essere adulti, visti dagli occhi dell’infanzia.
OBIETTIVI
- Fare accoglienza come descritto sopra, permettendo loro di riconoscersi come gruppo classe ma anche come individui, mettendosi in gioco con i loro pensieri e le loro emozioni.
- Riprendere alcune strategie di lettura e scrittura già utilizzate negli anni precedenti, per far entrare in profondità i ragazzi in un testo di qualità che offre molti spunti autobiografici di riflessione.
- Introdurre il tema dell’adolescenza, permettendo loro di raccontarsi a piccoli gruppi per riprendere gradualmente l’abitudine alla condivisione.
DURATA
7 ore, distribuite in 3 settimane.
1. INTRODUZIONE AL TEMA
Il filo conduttore di questo percorso sarà l’adolescenza e così, senza girarci troppo intorno, abbiamo fatto insieme un brainstorming sulla parola “adolescenza”.

Al termine dell’attività, a cui hanno partecipato tutti, anche quelli che di solito restano silenziosi nelle retrovie, ho chiesto a ciascuno di loro di scegliere tra tutte le parole le tre che più li rappresentano in questo momento della loro vita e di sottolinearle in pochi minuti.
Ci siamo poi disposti in piedi in cerchio e in religioso silenzio ciascuno di loro le ha condivise coi compagni, semplicemente leggendole. È stato un momento molto sentito, emozionante.
2. LEGGERE DA LETTORI
In questa prima fase abbiamo riutilizzato alcune strategie di lettura che i ragazzi conoscevano già, perché una delle caratteristiche vincenti del WRW è proprio la ricorsività delle strategie, applicate con sempre maggiore competenza e complessità.
a. Leggiamo la copertina
Ho diviso gli alunni in gruppi da 4 e ho mostrato loro la copertina dell’albo, proiettandola anche alla Lim. Abbiamo letto il titolo e il nome dell’autrice, che già conoscevano perché in I avevano lavorato a lungo sull’albo Un grande giorno di niente. Sono stata contenta di notare che subito si sono ricordati del fatto che Alemagna è sia autrice sia illustratrice dell’opera, dato che sulla copertina compare il suo solo nome.
A questo punto ho riproposto loro una strategia che già conoscevano bene e che ha come scopo quello di potenziare le competenze di prelettura: un buon lettore sa fare ipotesi sul contenuto del libro proprio a partire dalla copertina.

Quando erano in I, avevo proposto loro la strategia con un organizzatore grafico più strutturato, ma ora che sono abituati ad utilizzarla, ho proposto l’attività in modo diverso: ho dato 10 minuti per confrontarsi a voce sulla copertina seguendo le domande proposte e poi ho chiesto a ciascuno di loro di scrivere un’annotazione sul taccuino per raccogliere le proprie idee, seguendo sempre le domande come traccia. Mentre loro si confrontavano, io passavo tra i vari gruppi per fare consulenze.
Le difficoltà maggiori sono emerse però nel momento della scrittura individuale: “Prof, so cosa voglio dire, ma non trovo le parole.” Altri ancora, nonostante il confronto all’interno del gruppo e le mie domande stimolo, hanno avuto difficoltà nell’andare in profondità.
Alcuni di loro, consapevoli di non sapere come proseguire, mi hanno chiesto aiuto: è stato necessario che io scrivessi sul loro taccuino alcune domande stimolo ancor più specifiche per far sì che aggiungessero dettagli alla mera registrazione di ciò che vedevano.

In generale tutti hanno rilevato la particolarità di un titolo in forma di domanda e che si riferisce al bambino al singolare, come se si potesse definire cos’è un bambino in generale, mentre le immagini sembrano contraddire il titolo dato che propongono tanti bambini diversi tra loro per abbigliamento, tratti fisici ed emozioni. Per tutti l’albo è destinato ai bambini.
b. Leggiamo l’albo
Quando leggo ad alta voce un albo illustrato il setting di classe cambia: poiché preferisco averlo fisicamente in mano piuttosto che proiettarlo alla Lim, chiedo ai ragazzi di avvicinarsi a semicerchio davanti a me, in modo da poter vedere tutti da vicino le immagini mentre io leggo, con l’albo rivolto verso di loro. A questo punto io leggo il testo, chiedendo a loro di concentrarsi sulle immagini e di annotare mentalmente ciò che li colpisce del testo e/o delle immagini.
Al termine della lettura abbiamo condiviso le impressioni. Questo tipo di attività in I richiede di molto modeling da parte dell’insegnante, ma in questo caso, essendo gli alunni abituati, non è stato necessario.
Ciò che ha colpito molti è stata la peculiarità delle immagini di Alemagna e l’aver compreso, attraverso la lettura, che non si tratta di un albo destinato solo ai bambini.
c. Impressioni
Chi ha un po’ di conoscenza del WRW sa bene cosa s’intenda per schema a Y. Da un po’ di anni a questa parte, trovo più efficace proporre questo strumento “scomposto”: mi sembra che i ragazzi riescano ad andare più in profondità se si concentrano su un aspetto alla volta nel tempo a loro disposizione. In questo caso, per la peculiarità dell’albo e per gli obiettivi perseguiti in quei primi giorni di scuola, ho chiesto loro di concentrarsi sulle sole impressioni.
I ragazzi sono tornati nei loro gruppi e ho assegnato a ciascuno una copia dell’albo in fotocopia, per permettere loro di rileggerlo con attenzione.

A questo punto ognuno di loro ha scelto un colore e, alternandosi come lettori, hanno individuato le frasi o i passaggi che più li hanno colpiti.
Ciascuno di loro ha poi scelto una frase tra quelle sottolineate, l’ha riportata sul taccuino e ha spiegato il perché di quella scelta: cosa ti ha colpito? Perché? Quali emozioni ti ha suscitato? E quali riflessioni?


d. Connessioni
A questo punto, ho proposto loro una “connessione forzata” non prevista, che è nata a partire da una loro osservazione. Rileggendo il testo in fotocopia e condividendo alcune delle loro impressioni ad alta voce, alcuni di loro si erano resi conto che l’albo ha una struttura circolare: nella prima pagina si trovano le frasi “Un bambino non è un bambino per sempre. Un bel giorno cambia.” che vengono riprese nelle ultime pagine con parole diverse: “Tutti i bambini sono persone piccole che un giorno cambieranno.”
Abbiamo ragionato insieme su cosa significhi “cambiare”, non essere più un bambino, ed è venuto naturale il riferimento all’adolescenza da cui tutto è partito.
Ne è nata, dunque, un’annotazione veloce sul taccuino:
Quando hai sentito di non essere più un bambino?
“Il bel giorno in cui mi sono difesa è stato quando mi sono difesa davanti ad un gruppo di ragazzini maleducati.”
“Essendo l’ultimo dei cugini ho sempre avuto un grande distacco con i miei cugini più grandi: esami delle medie passati! Ehhh! Primo giorno di superiori! Che rottura! Maturira, evvai! Università a Roma, adios! Ed intanto io sono alle medie da solo e con tutti i libri mezzi strappati e scritti. Non mi sentirò mai grande!”
“Penso che ognuno diventi grande in un modo e in un’età diversi: per esempio io ancora non mi sento grande, ma so che quando mi sono venute le mestruazioni, il mio atteggiamento, il mio modo di esprimermi, le mie emozioni e il mio modo di valutare le situazioni sono cambiati: prima ero vincolata alla timidezza, ai pensieri altrui. Non che adesso non ne abbia, ma a differenza del passato ne ho di meno e reagisco con più sicurezza, libertà e menefreghismo.”
“Io ancora non mi sento grande, perché per me essere grandi significa avere 18 anni, quindi avere una casa tutta mia, avere la macchina, andare in viaggio senza genitori.”
“Sono diventata grande quando il mio papà ha smesso di portarmi dal divano al letto mentre dormivo per non svegliarmi. Ora sono alta come mia mamma, quindi non ci riesce più, anche perché quando domo, sembro un morto che pesa mille kili.”
Se vi va di conoscere la seconda parte di questa attività di accoglienza, che ci ha visto impegnati come scrittori, cliccate qui.





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