La mia adolescente non legge.

Odia leggere.

Me lo ripete ogni volta che provo ad avvicinarmi all’argomento:

“Mamma, leggere mi fa schifo.”

Eppure credevo di aver fatto (e non fatto) tutto quello che il decalogo della brava-mamma-lettrice prevedeva:

Quando era piccola e ancora non sapevo cosa mi avrebbe atteso, talvolta me lo dicevo da sola:

“Brava, stai facendo proprio un bel lavoro!”

Come se educare alla lettura fosse un processo di addizioni dal risultato certo!

E infatti non è bastato.

Se esamino criticamente la lista e ripenso al passato, so esattamente dov’è la frattura: ad un certo punto ho smesso di leggere assiduamente ad alta voce per e con lei.

È successo quando è nato il suo primo fratello e lei aveva sette anni: lui non dormiva praticamente mai, io sono tornata a lavorare dopo pochi mesi e non sono riuscita a ritrovare quel momento tutto nostro prima di dormire per leggere insieme.

A quel nostro rito si è sostituita la visione di un film col papà.

Dopo due anni è nata anche una sorellina, è scoppiato il Covid, la tecnologia è entrata sempre più nelle nostre vite e tutto a casa nostra si è complicato.

Nel frattempo lei è cresciuta, ha perso l’abitudine e di sicuro anche l’interesse per quel rito tutto nostro.

Tutto ciò che Pennac aveva previsto, ho permesso che si avverasse:

Se, come usiamo dire, mio figlio, mia figlia, i giovani non amano leggere – e il verbo è giustissimo, poiché proprio di ferita d’amore si tratta – non bisogna incolpare né la televisione, né i temi moderni, né la scuola. Oppure, se vogliamo, tutte queste cose insieme, ma solo dopo esserci posti una domanda fondamentale: che cosa ne abbiamo fatto del lettore ideale che lui era all’epoca in cui noi stessi svolgevamo contemporaneamente il ruolo del narratore e quello del libro? Quale enorme tradimento! Lui, il racconto e noi formavamo una Trinità ogni sera riunificata. Adesso lui è solo, davanti a un libro ostile.1

Mi costa molto fatica ricostruire questo percorso con consapevolezza: non essere stata all’altezza del compito, anche con tutte le giustificazioni del caso, è per me un fallimento, perché so quello a cui così sta rinunciando.

Non voglio però nemmeno assumermi tutte le responsabilità, perché la promozione e l’educazione alla lettura sono compiti che la famiglia condivide con la scuola.

Io ne sono la dimostrazione vivente: provengo da una famiglia di non lettori, in casa mia c’erano pochissimi testi, eppure sono un’appassionata di libri grazie alla scuola.

Ricordo esattamente il momento in cui sono diventata lettrice: seconda elementare, pomeriggio di tempo pieno, io sono con la testa appoggiata sul mio banco, intorno a me i miei sette compagni disposti a ferro di cavallo e davanti alla cattedra la nostra maestra che ci legge ad alta voce Cipì di Mario Lodi. Improvvisamente sono in cielo a guardare “palla di fuoco e nastro d’argento” da lassù. Non mi era mai capitato che qualcuno leggesse una storia così bella per me.

La maestra aveva fatto la magia.

Quando ho raccontato alla mia adolescente questa esperienza e le ho chiesto se anche a lei fosse mai successo qualcosa del genere a casa o a scuola, è stata perentoria come solo gli adolescenti sanno essere: “Mai.”

Credo (spero) in realtà che a casa qualche volta sia accaduto, ma difficilmente a questa età me lo concederebbe. A scuola, invece, non ricordo di libri letti ad alta voce per il solo piacere della lettura, se non fosse per l’unico testo che io mai leggerei alla primaria, ma che sembra ancora essere l’unica opzione valutabile da molti maestri: Il Piccolo principe di Saint-Exupéry.

Nel primo anno di scuola media la lettura individuale è pervenuta, ma come compito da svolgere a casa. E come si sa, gli adolescenti sono credibilissimi nell’arte della simulazione.

Se come mamma ho mancato al momento l’obiettivo, come insegnante ho ben chiaro cosa non deve mai mancare nelle mie ore: a scuola si legge.

Leggo io per loro ad alta voce e leggono loro silenziosamente per sé stessi.

Ad alta voce leggo loro integralmente due o tre libri durante anno, ma leggere non è solo leggere: a partire dalle pagine condivise intessiamo costantemente conversazioni formali, che spesso diventano annotazioni sui nostri taccuini del lettore.

L’obiettivo nel breve e medio termine è quello di farli diventare sempre più lettori strategici attenti e consapevoli.

Da soli leggono in classe tre volte a settimana dai 15 ai 20 minuti, secondo un calendario fisso, che mette la lettura individuale al primo posto: non è l’attività da fare l’ultimo quarto d’ora se rimane tempo, ma è l’attività da cui iniziare. E se me ne sto per dimenticare, sono loro i primi a dire:

“Ma prof, oggi non leggiamo?”

È il nostro rito collettivo, silenzioso, concentrato, di cui loro stessi inizialmente si stupiscono:

“Ma è già finito il tempo?”

“Non c’era mai stato un silenzio così!”

“Posso finire la pagina?”

Tra tutte le attività che propongo, questa è la prima che inserisco nell’orario ed è l’unica che so di non voler abbandonare, anche quando è sempre meno il tempo per finire gli argomenti che mi ero prefissata.

E lo so che, arrivati in III media, chi non è diventato lettore autonomo difficilmente lo diventerà da lì a breve, so anche che molti di loro fuori da quel setting non scelgono di leggere in autonomia, ma credo sia un mio dovere fare in modo che tutti abbiano la possibilità di vivere esperienze positive e appaganti con la lettura, di sapere che oggi sono io a creare le condizioni perché la magia avvenga, ma domani e fuori di lì loro stessi possono essere maghi.

  1. D. Pennac, Come un romanzo, Torino, Paravia, 1993, p. 43. ↩︎

4 risposte a “Crescere lettori. Quando il risultato non è garantito”

  1. Ho fatto il prescuola alla primaria Ferrarin e poi alla Pascoli di Bellaria per un paio d’anni. Cos’è il prescuola? Qualcuno me l’ha definito “un parcheggio per bambini”: 45 minuti prima dell’inizio delle lezioni i genitori possono lasciare i loro bambini nell’androne della scuola. Bene, quando ho fatto il prescuola avevo con con me sempre una borsa piena di libri per bambini, molti dei quali in inglese. Avevo con me anche materiali per altri tipi di laboratori e giochi in modo che ciascuno trovasse da solo qualcosa da fare di interessante: al contrario di quanto pensano molti adulti i bambini hanno una gran voglia di FARE quando trovano qualcosa che li interessa. Siamo noi adulti, spesso per nostra comodità, a togliergliela a scuola.
    Ho notato in quegli anni come i bambini di prima elementare guardassero e sfogliassero i libri come fossero oggetti magici, che li facevano ridere, meravigliare o spaventare. Già in seconda erano diffidenti. I bambini di quarta e quinta raramente sceglievano lo sfogliare un libro come attività del prescuola.
    Penso che troppo spesso si faccia un percorso al contrario: si fanno vivere i libri ai bambini come una fatica e dopo ci si impegna per farli appassionare ad essi.

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    1. Grazie del tuo commento, Dani, non sapevo di questa tua esperienza. Hai proprio ragione: i libri come compito! E addio passione e magia.

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  2. […] come Cipì mi abbia trasformato in una lettrice ho già raccontato qui, ma c’è un aneddoto di quegli anni che rivisto oggi racconta moltissimo di me e di quella che […]

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  3. […] qualche mese la mia adolescente-non-lettrice si è trasformata in […]

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