Tutte le volte che a mia figlia racconto quanto mi piacesse studiare, fare i compiti, leggere e scrivere, insomma andare a scuola, lei mi ripete sempre la stessa frase:
“Ma tu, mamma, non sei normale. Sei un’insegnante.”
Eppure prima che la mia adolescente mi gettasse in faccia il suo sincero giudizio – lei che comunque è sempre andata a scuola volentieri – io non avevo mai pensato fino in fondo al fatto che ciò che per me è sempre stato naturale, spontaneo, piacevole, non lo fosse per chiunque. Non era pensabile che ciò che sin da piccola mi “accendeva”, non generasse in tutti una scintilla.
Per me che la scuola fosse il tempo vuoto, libero dalle necessità materiali, proprio come nella scholé greca1, in cui costruire la mia personalità, imparare e crescere è venuto naturale, nonostante i compiti e le difficoltà che non mi sono mai pesati troppo.
Ma in questo io non ho avuto alcun merito particolare, se non quello di accogliere tutto il buono che mi è stato offerto. Il resto l’hanno fatto una serie di privilegi per cui io posso solo essere grata: una curiosità innata che mi ha da sempre predisposta all’ascolto e al gusto della scoperta; l’aver avuto perlopiù esperienze positive, maestri degni di questo nome che non mi hanno mai fatta sentire “sbagliata”, contesti classe non particolarmente conflittuali, una famiglia che mi ha sempre permesso di seguire le mie inclinazioni senza giudizi o limiti. Tutto ciò ha fatto sì che io subissi sin da piccola l’erotica dell’insegnamento, per dirla con Recalcati2, tanto da decidere ancora bambina che io avrei fatto l’insegnante per non smettere di goderne mai.
Prendere pienamente coscienza di questo da insegnante mi ha costretta a pensare che la mia scuola non è la scuola di tutti:
“Parlare di scuola significa parlare di democrazia, desideri, crescita, ma anche di arbitrio, ovvero di decisioni prese senza che nessuno possa metterle in discussione (un voto ingiusto? una bocciatura, un regolamento scolastico che vieta i capelli blu?). Parlare di scuola può significare parlare di umiliazione, di ingiustizia, di senso di inadeguatezza. Di valere 6-, sempre, anche quando si pensa di valere di più. […] Può voler dire parlare di professori e maestri meravigliosi, di professori e maestri che in confronto Voldemort sarebbe un compagno ideale. Parlare di scuola significa, alla fine, parlare di vita.3”
È emerso quindi ben presto il bisogno di chiedermi che scuola avrei voluto “fare”, che insegnante avrei voluto essere per provare a restituire almeno un po’ di quel privilegio che mi aveva permesso di innamorarmi del sapere.
Ad oggi sono 16 anni che insegno e ancora sbaglio tanto, ma di alcune cose sono assolutamente certa:
• voglio essere un’insegnante che in- segna, che semina segni nei propri alunni, ben consapevole che anche le cicatrici lo sono e io non voglio essere ricordata per quelle;
• voglio essere un’insegnante democratica, giusta e attenta all’educazione (non solo all’istruzione) di tutti e per fare questo so che ho bisogno di costruire una comunità con i ragazzi e i colleghi;
• voglio essere un’insegnante in continua formazione, capace di osservare, monitorare e autovalutare costantemente il mio percorso, riconoscendone punti di forza e debolezza, unico presupposto per potermi dire anche una professionista onesta, in primis con me stessa.
Lo sono? Ci provo.
Perché? Perché credo fortemente nella Scuola, in una Scuola sempre in divenire, in discussione, in krisis, capace di accendere menti e non solo di riempirle. Da qui il nome del mio blog, ScolasticaMente, perché sogno un mondo in cui non ci sia più nulla di svilente nell’espressione “sapere scolastico”.
Perché alla fine ancora credo – checché ne dica la mia adolescente ribelle – che la scuola possa essere davvero il luogo del sapere che crea piacere, anche attraverso una fatica possibile, sfidante e quindi gratificante. Il luogo del “fuoco che poi brucerà da sé e darà a sua volta calore”4. E per fare questo occorre diffondere scintille, per chi le vorrà cogliere.






Lascia un commento